Un viaggio difficile
È difficile visitare un campo di sterminio. È difficile farlo, perché è difficile visitare uno sterminio.
Occorre essere chiari: l’unico strumento che abbiamo a disposizione per conoscere uno sterminio, un genocidio, è lo studio della storia: dove avvenne, quando avvenne, perché avvenne, come avvenne, chi ne furono gli attuatori, chi ne furono le vittime. Riguardo ai due ultimi interrogativi, va detto che non sono posti in ordine di priorità: entrambi quegli insiemi umani vanno conosciuti. E la loro indagine, a mio parere, deve essere guidata non da sentimenti, di rabbia o di pietà, bensì dal bisogno di conoscere, quindi di comprendere, quindi di essere consapevoli. Per me lo studio della storia serve a capire cosa c’era prima di noi, e quindi un po’ anche a capire chi siamo, ma non a sviluppare capacità di indignarsi o di solidarizzare; per questi ultimi moti naturali dell’animo, basta il senso etico (qualora lo si possieda).
Uno sterminio, un genocidio (e qui mi riferisco a quelli reali, non a quelli esistenti solo nell’inventiva religiosa o politica) deve quindi essere conosciuto innanzitutto con lo studio. Studio di libri, in cui gli autori portano i documenti in una narrazione, e studio diretto di documenti, qualora si abbia preliminarmente appreso a interpretarli, a capire ciò che davvero contengono. Anche le testimonianze, scritte o orali, ovviamente sono documenti da studiare. Anche le misure spaziali di una baracca, o lo scartamento, ossia la distanza fra le rotaie di un binario ferroviario.
Perché si va a visitare un campo di sterminio? Ci si va perché lì ci sono delle tracce. […] la visita avrà conseguenze salutari se sarà effettuata con modestia, posponendo gli stimoli emotivi (che ci sono, e molto forti) alla riflessione su ciò che si vede e sul silenzio che si sente (o si dovrebbe sentire).
La ricerca delle tracce
E allora perché si va a visitare un campo di sterminio? Ci si va perché lì ci sono delle tracce. Tracce del campo e tracce dello sterminio. Uno sterminio uccide le persone, le annienta definitivamente, una per una e tutte insieme. Questo è ciò che è accaduto negli ex-campi nazisti di Treblinka, Sobibór e Bełżec, per i quali le testimonianze sono estremamente rare (un visitatore potrebbe prepararsi al viaggio di conoscenza studiando quante sono e perché sono rare). Ma anche le vicende di sterminio accaduto lasciano tracce: la dimensione del campo, la sua vicinanza (probabile) o lontananza (improbabile) alla strada o alla ferrovia (con la connessa questione di cosa vedevano e/o immaginavano i viaggiatori), le dimensioni delle fosse comuni talora usate (e per quale funzione), i piccolissimi frantumi di ossa bruciate che tuttora può capitare di calpestare, camminando su ciò che resta del campo di Treblinka, la parrocchia e l’osteria maggiormente vicine e quindi, probabilmente, maggiormente utilizzate da chi lì viveva. Sono tracce. Tracce di vite troncate; tracce di vite di troncatori di vite.
Esperienza, emozione, conoscenza
Sì, vederle da vicino fa effetto. Ma affinché faccia “effetto di conoscenza” occorre appunto arrivare al campo avendone già studiato cronologia, funzionamento e “contabilità”. Il viaggio di studio può accrescere e fortificare la conoscenza pregressa, ma non può sostituirsi ad essa.
E la visita avrà conseguenze salutari se sarà effettuata con modestia, posponendo gli stimoli emotivi (che ci sono, e molto forti) alla riflessione su ciò che si vede e sul silenzio che si sente (o si dovrebbe sentire).
Accanto a tutto ciò, conviene tenere sempre presente che, inframezzati a coloro che son lì per cercare di sapere, o cercare di sapere meglio, vi sono altre persone che si recano a Treblinka, Sobibór e Bełżec quali umani che si recano in un cimitero: per visitare la non-tomba dei parenti dei nonni, dei bisnonni, dei trisnonni. Talora, per questi visitatori, quei non-cimiteri ospitano un numero di parenti che non ha pari. Anche lo studio, per chi vi si reca con questo scopo, può non avere pari.