Campo di sterminio

Auschwitz

posizione: 60-70 km a ovest di Cracovia, in Alta Slesia, sud della Polonia
periodo di attività: maggio 1940 – gennaio 1945
vittime: tra 1,1 e 1,3 milioni di cui il 90% ebrei europei
struttura: Auschwitz I (campo principale), Auschwitz II – Birkenau (campo di sterminio), Auschwitz III – Monowitz (campo di lavoro) e oltre 40 sottocampi
estensione: l’area complessiva della cosiddetta Interessengebiet (zona di interesse) superava i 40 km²

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Con “Auschwitz” si intende il sistema di campi e sottocampi costruiti in Alta Slesia a partire dalla primavera del 1940 e rimasti attivi fino al gennaio 1945. Tutta questa area, pattugliata da SS, costituiva il cosiddetto Interessengebiet, la “zona di interesse” perimetrata in azzurro sulle mappe dell’epoca.
Il sistema comprendeva il campo di Auschwitz e oltre una quarantina di sottocampi di lavoro. Nel novembre 1943, i due sottocampi più estesi, Birkenau e Buna-Monowitz, vennero trasformati in unità amministrative distinte denominate Auschwitz II – che controllava i sottocampi agricoli e di allevamento circostanti – e Auschwitz III – composto da una decina di sottocampi di lavoro (Jaworzno, Jawiszowice, Świętochłowice, Łagisza, Wesoła presso Mysłowice, Goleszów, Libiąż, Sosnowiec, Brno) amministrati da Monowitz.

La costruzione

Auschwitz

L’ordine di costruzione del campo di Auschwitz fu impartito dal Reichsführer Heinrich Himmler nell’aprile del 1940. Doveva servire come campo di quarantena per criminali e oppositori politici polacchi che le carceri locali non riuscivano più a contenere, e doveva poter contenere fino a 10.000 prigionieri.
La zona prescelta per questo campo si trovava a Oświęcim, a circa 60 km da Cracovia, nel Governatorato generale. L’area di edificazione era una ex caserma militare, già colonia per migranti (
Sachsengänger) all’inizio del secolo. Gli edifici che ancora resistevano erano fatiscenti, il terreno paludoso e insalubre, la rete idrica praticamente inesistente; tuttavia la zona disponeva di buoni collegamenti ferroviari e potevano essere ben sfruttati per il trasporto dei prigionieri.

Ingresso al campo di Auschwitz I / foto: Elena Pirazzoli, 2025


I lavori di costruzione del campo iniziarono nel maggio 1940 con 30 prigionieri polacchi provenienti da Sachsenhausen (tra cui alcuni ebrei) a cui se ne aggiunsero altri 40 da Dachau il mese successivo.
Il campo entrò in funzione alla metà di giugno con l’arrivo del primo trasporto di 728 prigionieri politici provenienti dal carcere di Tarnów. A quell’epoca la recinzione del campo era stata completata e la costruzione di un crematorio per scopi sanitari già progettata. All’epoca vi erano nel campo venti edifici in mattoni, di cui quattordici a un solo piano. Tra il maggio 1940 e il marzo 1941 furono internati 10.900 prigionieri, in prevalenza polacchi.
Nel marzo del 1941 Himmler ordinò l’ampliamento del campo: doveva poter contenere fino a 30.000 prigionieri.
Tra il 1941 e il 1942 vennero costruiti altri otto edifici in mattoni a due piani, così che i blocchi destinati ai prigionieri divennero 28, oltre agli edifici destinati all’amministrazione e ai servizi del campo. Tra il settembre 1941 e il luglio 1942 fu operativa ad Auschwitz una camera a gas allestita nella camera mortuaria del crematorio.

Il mio compito non era facile. In uno spazio di tempo brevissimo dovevo creare,
dal complesso già esistente (un gruppo di edifici ben conservati ma completamente trascurati e pullulanti di parassiti), un campo di transito per diecimila prigionieri. Dal punto di vista igienico mancava praticamente tutto.
Rudolf Höss, Comandante ad Auschwitz, p. 86

Auschwitz-Birkenau

L’edificio di ingresso di Birkenau visto dall’interno / foto: Elena Pirazzoli, 2025
Auschwitz II – Birkenau / foto: Elena Pirazzoli, 2025
Auschwitz II – Birkenau, sistema di riscaldamento in muratura, unica traccia delle baracche in legno / foto: Elena Pirazzoli, 2025

Nel marzo 1941, parallelamente all’ampliamento di Auschwitz, Himmler ordinò la costruzione di un nuovo campo nel villaggio di Brzezinka, a pochi chilometri da Oświęcim. Il progetto prevedeva un’area di 175 ettari con la capacità di accogliere inizialmente 100.000 prigionieri di guerra sovietici, numero portato poco dopo a 200.000. La funzione originaria di Birkenau era strettamente legata all’Operazione Barbarossa e alla necessità di internare i prigionieri catturati sul fronte orientale. I lavori di costruzione ebbero inizio nel settembre 1941 con l’impiego di circa 10.000 prigionieri sovietici, dei quali la maggioranza trovò la morte in breve tempo a causa delle condizioni disumane di lavoro, fame ed epidemie.
Tuttavia, già nei primi mesi del 1942, le direttive da Berlino mutarono la destinazione di Birkenau: da luogo di internamento per prigionieri di guerra, a centro di sterminio degli ebrei d’Europa.

Auschwitz-Monowitz

Il campo di Monowitz fu costruito a partire dall’ottobre 1941 nella cittadina polacca di Monowice, a poco più di sei chilometri dal campo principale di Auschwitz.
La creazione di questo campo satellite di Auschwitz è strettamente legata alle attività dell’industria chimica tedesca IG Farben che, proprio nella primavera del 1941, aveva avviato a Dwory la costruzione di un grande complesso industriale destinato alla produzione di gomma sintetica (Buna) e carburanti.
La scelta di Dwory era stata dettata da diversi fattori fra cui non ultima la vicinanza al campo di Auschwitz che poteva garantire manodopera abbondante e a bassissimo costo per la costruzione degli impianti. La IG Farben, l’Ufficio centrale economico e amministrativo delle SS e il comandante del campo avevano infatti raggiunto un accordo: Auschwitz avrebbe messo a disposizione 1.000 prigionieri per lavori qualificati e non qualificati nel 1941; altri 3.000 nel 1942, con possibilità di incremento fino a 8.000, e un numero ancora maggiore negli anni successivi. I prigionieri sarebbero stati trasportati al luogo di lavoro in treno; la durata della giornata lavorativa dei prigionieri sarebbe stata di 10-11 ore (9 nei mesi invernali).
Dopo pochi mesi, le difficoltà connesse al trasferimento dei prigionieri da Auschwitz verso il  sito di lavoro, nonché il loro esaurimento fisico (che incideva sulla produttività), indussero la IG Farben a costruire un sottocampo nei pressi della Buna-Werke, nel villaggio spopolato di Monowice. Alla fine di ottobre 1942 il campo denominato Lager Buna comprendeva 57 baracche abitative, 5 baracche destinate ai lavaggi e 5 adibite a latrine.

In funzione

Auschwitz

Come in tutti i campi di concentramento nazisti, anche ad Auschwitz fu installato un crematorio a fini essenzialmente sanitari. L’uso del gas Zyklon B per l’uccisione in massa di prigionieri fu sperimentato per la prima volta all’inizio di settembre del 1941. Dopo quell’esperimento, la camera mortuaria del crematorio venne trasformata in camera a gas e rimase operativa fino al luglio del 1942.
Nel Krematorium I (come venne denominato in seguito) furono eliminate circa 8.000-10.000 persone, fra inabili al lavoro (Aktion 14f13), prigionieri sovietici (Aktion 14f14) ed ebrei deportati dall’Alta Slesia.

Auschwitz I, interno del campo / foto: Elena Pirazzoli, 2025
Il “muro nero”, tra il Blocco 10 e il Blocco 11 ad Auschwitz I, dove avvenivano le esecuzioni dei prigionieri / foto: Elena Pirazzoli, 2025
Auschwitz I / foto: Elena Pirazzoli, 2025

Birkenau 

A Birkenau il processo di sterminio di massa degli ebrei tramite gassazione ebbe inizio nel marzo 1942 con l’allestimento delle camere a gas nei Bunker 1 e 2 e proseguì poi dal marzo 1943 con l’entrata in funzione di quattro imponenti impianti di sterminio, i Krematorium II, III, IV e V.  
Sia nei
Bunker che nei Krematorium le operazioni di trasporto dei cadaveri dalle camere a gas alle fosse comuni o ai forni crematori erano svolte dai prigionieri ebrei assegnati al Sonderkommando.
Fino al giugno 1942 gli ebrei che arrivavano alla
Judenrampe – un raccordo ferroviario appositamente costruito presso la stazione merci di Oświęcim (nella primavera del 1944 fu completata la Neue Rampe, che conduceva i convogli dentro Birkeneau, fin quasi alle porte dei Krematorium II e III)  venivano condotti direttamente alle camere a gas.
Successivamente le SS introdussero la cosiddetta “selezione” fra coloro che potevano essere immessi nel campo come forza lavoro e coloro che dovevano essere condotti direttamente alle camere a gas. Di norma questi ultimi costituivano la maggioranza ed erano per lo più anziani, malati, donne e bambini.
I selezionati per le camere a gas, prima di accedere alle “docce”, dovevano lasciare negli spogliatoi effetti personali e vestiti che venivano requisiti e trasferiti in una zona speciale del campo chiamata “Effektenlager” o “Kanada ”.
Gli ebrei che all’arrivo venivano “selezionati” per il lavoro forzato nel campo venivano condotti alle
Saune dove subivano le procedure di registrazione, disinfezione e rasatura di capelli e peli corporei. L’immatricolazione avveniva con l’assegnazione di un numero che veniva anche tatuato sull’avambraccio sinistro. Dopo un periodo di quarantena, i prigionieri venivano inviati nei vari Kommandos di lavoro, sia all’interno che all’esterno del campo.

Birkenau, rovine del crematorio / foto: Elena Pirazzoli, 2025
Birkenau, rovine del crematorio / foto: Elena Pirazzoli, 2025
Birkenau, memoriale presso uno degli stagni dove venivano versate le ceneri prelevate dal vicino crematorio / foto: Elena Pirazzoli, 2025

Monowitz

Alla sua apertura, nel novembre del 1942 il lager Buna alloggiava più di 2000 prigionieri; il loro numero andò via via crescendo fino a raggiungere gli 11.000 nella primavera del 1944.
Oltre il 90% dei prigionieri di Monowitz era composto da ebrei di provenienza varia; la restante popolazione non-ebrea comprendeva tedeschi, polacchi, sovietici e, in una minima percentuale, rom e sinti.
Nel campo di Monowitz l’aspettativa di vita era in media di 3-4 mesi, specialmente per coloro che venivano impiegati nei lavori di scavo o di trasporto. Più a lungo riuscivano a sopravvivere i prigionieri specializzati, come gli elettricisti o i chimici, perché avevano la possibilità di lavorare al chiuso.  

Quando arrivava un nuovo convoglio la gente entrava dal cancello del Crematorio e veniva indirizzata verso la scala sotterranea che portava allo spogliatoio. Erano talmente numerosi che la fila si snodava come un serpente: mentre i primi entravano, gli ultimi erano un centinaio di metri indietro. Dopo la selezione sulla rampa le donne, i bambini e i vecchi arrivavano per primi; poi venivano gli uomini. Nello spogliatoio c’erano degli attaccapanni lungo il muro, ognuno con un numero, e delle panchine in legno su cui ci si poteva sedere per svestirsi. Per ingannarli meglio i tedeschi raccomandavano di fare attenzione ai numeri, in modo da ritrovare più facilmente le proprie cose uscendo dalla «doccia». Dopo un po’ di tempo aggiunsero alle istruzioni quella di allacciare tra loro le scarpe, in modo tale che successivamente fosse più agevole sistemarle quando giungevano al Kanada. Le istruzioni venivano date, in genere, dalle SS di guardia; poteva succedere, però, che un uomo del Sonderkommando che parlava la lingua dei deportati le spiegasse loro con discrezione. Per tranquillizzarli e assicurarsi che andassero veloci e senza opporre resistenza, i tedeschi promettevano anche un pasto dopo la disinfestazione.  […]
Dopo il taglio dei capelli e l’estrazione dei denti d’oro, due persone venivano a prendere i corpi per metterli sul montacarichi che li portava al piano terra dell’edificio verso i forni crematori. Tutto il resto, lo spogliatoio e la camera a gas, si trovavano nel sottosuolo.
Shlomo Venezia, Sonderkommando, pp. 45-48

I comandanti

Auschwitz e Birkenau

Comandante di Auschwitz dal 1940 al 1943 fu Rudolf Höss (Baden-Baden 1901 – Oświęcim 1947).
Höss aveva cominciato la sua carriera nelle SS nel 1934 a Dachau con il grado di SS-Untersturmführer; nel 1938 era stato trasferito al campo di Sachsenhausen e promosso al grado di SS-Hauptsturmführer e successivamente nominato Blockführer. Nel 1940 venne chiamato da Himmler per il comando del campo di Auschwitz.
Nel novembre 1943 Höss fu trasferito a Berlino; al suo posto fu nominato Arthur Liebehenschel (1901-1948) che rimase ad Auschwitz solo sei mesi. Gli subentrò, nel maggio del 1944, Richard Baer (1911-1963) che per dirigere le massicce operazioni di sterminio degli oltre 400.000 ebrei ungheresi fu affiancato temporaneamente da Höss, rientrato come Standortältester senza essere formalmente comandante. Baer rimase al comando del campo fino all’evacuazione del gennaio 1945.

Monowitz

L’SS-Hauptsturmführer Heinrich Schwarz entrò in servizio ad Auschwitz nel 1941; nel novembre del 1943 fu nominato comandante di Auschwitz III – Monowitz. Schwarz rimase al comando del campo fino all’evacuazione nel gennaio 1945. 

La resistenza interna

La resistenza nel complesso di Auschwitz assunse forme diverse – dal contrabbando di cibo e medicinali al sostegno ai compagni di prigionia, fino al collegamento con la resistenza polacca esterna. Due in particolare sono gli episodi che meritano di essere ricordati: la fuga di due prigionieri del Kommando Kanada il 7 aprile 1944: Rudolf Vrba e Alfréd Wetzler riuscirono a raggiungere la Slovacchia e da lì a diffondere un rapporto dettagliato sullo sterminio in corso.
Il secondo episodio è la rivolta del Sonderkommando, a Birkenau, il 7 ottobre 1944: le SS tentarono di trasferire un gruppo di prigionieri del Sonderkommando dal crematorio IV.  Certi che quel trasferimento avrebbe significato la loro eliminazione, i prigionieri fecero esplodere la rivolta: aggredirono le SS di guardia, con asce, coltelli e strumenti di fortuna e diedero fuoco al crematorio IV grazie a dell’esplosivo che erano riusciti a procurarsi nel campo delle donne. Durante la rivolta furono uccisi tre SS e alcuni kapò collaborazionisti. L’azione venne repressa con il massacro di 450 prigionieri; altri furono presi e giustiziati nei giorni successivi.

La liberazione

Con l’approssimarsi delle truppe dell’Armata Rossa, già nel novembre del 1944 Himmler aveva dato l’ordine di smantellare gli impianti di sterminio di Birkenau: camere a gas e crematori vennero fatti esplodere nel tentativo di distruggere le tracce dello sterminio avvenuto.
In realtà i segni dei crimini commessi restarono evidenti nei resti dei crematori, nei magazzini del Kanada, nei corpi ritrovati.
Il 17 gennaio 1945 i tedeschi evacuarono Auschwitz trascinando a piedi nelle “marce della morte” verso ovest più di 55.000 prigionieri. Molti morirono per il freddo, la fame e le percosse; chi sopravvisse fu deportato in treno verso i campi in Germania.
Nei campi abbandonati rimasero i malati e tutti coloro che non erano più in grado di muoversi.
Il 27 gennaio 1945 quando i russi entrarono ad Auschwitz, trovarono ancora in vita circa 7000 persone, mentre a Monowitz pochi prigionieri erano ancora vivi. 

I processi

A Norimberga

A Norimberga, i crimini legati ad Auschwitz entrarono nel dibattimento soltanto con il processo contro 24 dirigenti della IG Farben (1947–1948): dieci di essi furono assolti, tutti gli altri furono condannati da uno a otto anni di carcere.
I processi per i crimini commessi ad Auschwitz furono istruiti in parte in Polonia, subito dopo la guerra, soprattutto dal Tribunale Supremo Nazionale di Varsavia; in parte nella Germania Ovest, specialmente nei quattro “Processi di Francoforte” svoltisi fra il 1963 e il 1976.

In Polonia

In Polonia le autorità incriminarono complessivamente oltre 600 membri delle SS di Auschwitz, processandone 590 e condannandone 584. Tra questi, il processo più noto fu quello celebrato a Varsavia tra il novembre e il dicembre 1947, che vide giudicati 40 imputati, fra cui Rudolf Höss.
Höss, arrestato dagli Alleati nel 1946, aveva testimoniato al processo di Norimberga come teste nel procedimento contro Ernst Kaltenbrunner ed era stato poi estradato in Polonia. Il Tribunale Supremo Nazionale di Varsavia lo condannò a morte e lo fece giustiziare il 16 aprile 1947 davanti all’ex crematorio di Auschwitz I. Durante la detenzione in attesa di giudizio scrisse un memoriale, pubblicato nel 1958 a Stoccarda con il titolo Kommandant in Auschwitz. Autobiographische Aufzeichnungen (Deutsche Verlags-Anstalt).
Oltre a Höss, furono condannati a morte Artur Liebehenschel e altri sei imputati; altri ricevettero pene detentive comprese fra i 6 mesi e i 15 anni.

A Francoforte

Nei quattro processi svoltisi a Francoforte sul Meno furono giudicati circa 30 ex SS di Auschwitz. Il processo più noto si svolse tra il dicembre 1963 e l’agosto 1965. Furono processati 22 imputati di cui 17 furono condannati (sei all’ergastolo, undici a pene comprese tra i 3 e i 20 anni). I processi tra il 1966 e il 1968 coinvolsero altri 5 imputati, di cui 4 condannati. L’ultimo processo a Francoforte si svolse tra il dicembre 1973 e il febbraio 1976 e riguardò 2 imputati: in entrambi i casi, il procedimento fu archiviato per motivi di salute e di età sia degli imputati che dei testimoni.

Nell’ampia sala del tribunale a Varsavia, Höss, che aveva dichiarato la cifra di 4.312.000 esseri umani uccisi, era dinnanzi a noi. Oggi la storiografia ridimensiona quel numero a circa 1,1–1,3 milioni di vittime. Un “piccolo uomo”, dall’aspetto non completamente anormale e senza una precisa espressione di arroganza o di brutalità, frequente fra i tedeschi e più fra quelli investiti di qualche carica. Potrebbe venire qualificato come un commesso di negozio o un modesto funzionario; ha gli occhi di continuo sbarrati e il volto un poco corrucciato quasi soffrisse per alcuna lieve ingiustizia toccatagli. Segue attentamente le deposizioni dei testi, prende appunti e preme colle mani sulla cuffia telefonica per meglio raccogliere le parole tradotte in lingua tedesca. […] Höss risponde rispettosamente e prontamente alle questioni che gli sono rivolte con voce eguale calma, come velata da melanconia […] Höss non ha rimorsi; precisa di avere eseguito degli ordini ed assume le sue responsabilità.”
Da: “Il pellegrinaggio fra l’orrore. Il processo Höss a Varsavia. I campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau-Majdanek”, giugno 1947, Archivio CDEC, Fondo Massimo A. Vitale, b. 6, fasc. 196, pp. 5;7

La memoria

Il resoconto dell’aprile 1944 di Rudolf Vrba e Alfréd Wetzler costituisce una delle prime e più dettagliate testimonianze di quel che fra il 1942 e l’aprile 1944 accadeva dentro i confini di Auschwitz.
Redatto subito dopo la fuga da Birkenau, aveva lo scopo impellente di fermare la prevista deportazione degli ebrei ungheresi. Il rapporto raggiunse la Svizzera nel giugno del 1944, fu diffuso e nel novembre dello stesso anno il
War Refugee Board lo pubblicò insieme ad altre due testimonianze di fuggitivi con il titolo di “Rapporto Auschwitz”. Quel documento, scritto con l’intento di far conoscere e bloccare il prima possibile i piani nazisti di annientamento degli ebrei, fu accolto con scetticismo e diffidenza, sia a livello politico che di opinione pubblica.
Nel dopoguerra, i dati forniti da Vrba e Wetzler confluirono nella documentazione del processo di Norimberga.
Fra le testimonianze scritte dentro il campo di Birkenau e venute alla luce solo dopo la liberazione del campo, vanno inclusi i manoscritti in yiddish di (almeno) cinque membri del
Sonderkommando, sotterrati a Birkenau e ritrovati solo dopo la liberazione del campo. Fra questi, forse il più noto è il diario di Salmen Gradowski (ucciso molto probabilmente nel corso della rivolta del 7 ottobre 1944), ritrovato sepolto nell’area dei crematori e pubblicato per la prima volta in yiddish nel 1977 in Israele.
Nel dopoguerra, grazie all’opera delle commissioni storiche ebraiche, cominciarono a circolare memorie e diari, soprattutto in yiddish e polacco. Tra il 1945 e il 1947 ne furono pubblicati decine, con l’urgenza di documentare i crimini.

Museo di Auschwitz I, ritratti delle prigioniere (in origine foto segnaletiche) / foto: Elena Pirazzoli, 2025
Museo di Auschwitz I, ritratti dei prigionieri (in origine foto segnaletiche) / foto: Elena Pirazzoli, 2025
Museo di Auschwitz I, ritratti dei prigionieri (in origine foto segnaletiche) / foto: Elena Pirazzoli, 2025

Anche il cinema contribuì alla trasmissione della memoria: nel 1947, la regista polacca Wanda Jakubowska, sopravvissuta a Birkenau, girò dentro Birkenau il film Ostatni etap (“L’ultima tappa”, 1948).
Anche in Italia, come nel resto d’Europa, l’urgenza di raccontare dei sopravvissuti si tradusse in svariate pubblicazioni di memorie, più o meno brevi – fra il 1945 e il 1946 si possono ricordare quelle di Sofia Schafranov, Frida Misul, Alba Valech Capozzi, Luciana Nissim e Pelagia Lewinska, Giuliana Tedeschi. Fra queste va citata anche la testimonianza di Lazzaro Levi (deportato a Monowitz) pubblicata sulla rivista ciclostilata «Italiani a Dachau» nel giugno del 1945. Se questo è un uomo di Primo Levi, dopo diversi rifiuti, trovò un piccolo editore solo nel 1947, in un’epoca in cui il mercato editoriale italiano sembrava già saturo di opere memorialistiche.

Il Museo di Auschwitz e il Monumento alle vittime di Birkenau

Nonostante i tentativi di distruggere qualsiasi traccia dello sterminio, numerosi sono i documenti, i reperti e gli edifici che testimoniano, insieme ai sopravvissuti, il sistema di annientamento messo in atto dai nazisti contro gli ebrei, contro i polacchi e tutti i cosiddetti “nemici dello Stato”. Conservare queste tracce e rendere onore alle migliaia di vittime furono i due principali scopi della costruzione del Museo Statale di Auschwitz-Birkenau.
Nel giugno 1947 viene inaugurata la prima esposizione su Auschwitz a cura dell’Istituto Polacco per la Memoria e la Cultura. La mostra è indirizzata principalmente al pubblico polacco e la storia del campo e le condizioni di vita dei prigionieri vengono presentate come un tributo ai “martiri della nazione polacca e di altri popoli”. Questa narrazione che lasciava in ombra l’origine ebraica della maggior parte delle vittime divenne oggetto di forte critica e tensione con le comunità ebraiche. La nuova esposizione del 1955, pur ampliata e rivista, non superò del tutto queste impostazioni. 

Negli anni Sessanta, con l’apertura dei primi padiglioni nazionali, il Museo assumeva una dimensione internazionale ma al tempo stesso finiva per produrre una memoria frammentata, affidata com’era alle diverse letture nazionali.

Museo di Auschwitz I, sala con i depositi degli oggetti personali / foto: Elena Pirazzoli, 2025
Museo di Auschwitz I, teca con gli oggetti personali sottratti alle vittime / foto: Elena Pirazzoli, 2025
Museo di Auschwitz I, teca con gli oggetti personali sottratti alle vittime / foto: Elena Pirazzoli, 2025
Museo di Auschwitz I, teca con gli oggetti personali sottratti alle vittime / foto: Elena Pirazzoli, 2025

Anche il processo per l’erezione di un “Monumento internazionale alle vittime del fascismo”, come da richiesta dell’International Committee of Auschwitz, mise in luce difficoltà di ordine sia teorico che politico.
Il concorso, lanciato nel 1957 e presieduto da Henry Moore, richiedeva che il monumento fosse eretto tra i resti dei crematori II e III di Birkenau, lungo i binari di arrivo dei convogli; che rispettasse la forma originaria del luogo e che fosse simbolico ma non invasivo rispetto alle tracce storiche esistenti. L’intento era di realizzare un’opera che diventasse luogo di memoria universale, che  al contempo commemorasse “i martiri e la loro lotta, ma anche la fraternità nata nella sofferenza e nel comune impegno”.
Arrivarono oltre 450 proposte che, nel corso di tre gradi, definirono una rosa di progetti per la fase finale che, tuttavia, si concluse con un nulla di fatto. Successivamente, una commissione tecnica, in stretto coordinamento con l’International Committee of Auschwitz, bandì un ulteriore grado del concorso, limitato agli autori selezionati in precedenza, per scegliere il progetto definitivo: il memoriale nacque infine dalla collaborazione di artisti e progettisti italiani e polacchi, ovvero gli architetti Giorgio Simoncini, Julian Palka, Julio Lafuente, Tommaso Valle, Maurizio Vitale e gli scultori Pietro Cascella e Jerzy Januszkiewicz. Il monumento venne inaugurato il 16 aprile 1967.
Nel 1979 Auschwitz è stato riconosciuto dall’Unesco come patrimonio dell’umanità.

Museo di Auschwitz I, sala con i depositi di capelli. Per cercare di preservare la loro fragilità, la luce solare viene schermata. Per ragioni di rispetto, è vietato fotografare l’interno delle teche / foto: Elena Pirazzoli, 2025

Laura Brazzo

Vicedirettrice della Fondazione CDEC dal 2022. È laureata in Storia e ha un dottorato di ricerca in Scienze politiche. Dal 2012 è Responsabile dell’Archivio storico nonché, dal 2015, della Digital Library del CDEC. È stata fra i fondatori della rivista «Quest. Issues in Contemporary Jewish History». È rappresentante della Fondazione CDEC nel Consorzio del progetto europeo EHRI – European Holocaust Research Infrastructure.

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