La costruzione
Sobibór fu uno dei tre centri di sterminio dell’Aktion Reinhard progettati per l’eliminazione sistematica degli ebrei del Governatorato Generale, il secondo a essere realizzato (dopo Bełżec e prima di Treblinka). La costruzione iniziò nel marzo 1942 sotto la supervisione di Richard Thomalla, ingegnere SS che aveva già impiantato il campo di Bełżec.
Per costruirlo si scelse una zona isolata e boscosa nei pressi della piccola stazione di Sobibór, situata lungo la linea ferroviaria che collegava Lublino, Chełm e Włodawa. Inizialmente copriva un’area di 25 ettari, che furono ampliati fino a 58-60 all’inizio del 1943. Il campo divenne operativo nel maggio 1942. Dopo una breve pausa nell’estate del 1942 per potenziare le camere a gas e riparare la linea ferroviaria, lo sterminio riprese fino all’ottobre 1943.
In funzione
Il campo era circondato da recinzioni di filo spinato intrecciate con rami di pino per impedire la visuale dall’esterno. Era diviso in settori: il Vorlager, ovvero la zona di comando, che era situata vicino alla rampa ferroviaria e comprendeva gli alloggi delle SS e delle guardie addestrate nel campo di Trawniki. Nel Lager I si trovavano le officine e le baracche degli Arbeitsjuden, gli “ebrei da lavoro”, selezionati dai convogli come lavoratori schiavi. Qui erano addetti alla manutenzione del campo e allo smistamento e prima lavorazione degli oggetti depredati alle vittime.
Nel Lager II si trovava un cortile per il ricevimento dei trasporti, dove i deportati consegnavano i bagagli e si spogliavano. Includeva magazzini per lo smistamento dei beni rubati e una fattoria con animali da cortile: in particolari momenti un cane veniva aizzato per spaventare le oche in modo che il loro starnazzare coprisse le grida di chi veniva avviato alle camere a gas, per non destare sospetti in coloro che si trovavano ancora sui vagoni in attesa di scendere.
Il Lager III, il Totenlager o “campo di morte”, era completamente separato dal resto del complesso: qui si trovavano le camere a gas (monossido di carbonio) e le fosse comuni. Questa zona era collegata al Lager II attraverso un corridoio chiamato der Schlauch, il “tubo”, o Himmelfahrtstrasse, la “via dell’Ascensione al cielo”.
Il processo di sterminio era studiato per minimizzare la resistenza attraverso l’inganno. I prigionieri che arrivavano dall’Europa occidentale venivano rassicurati da discorsi ufficiali che parlavano di un “campo di transito” e di “disinfezione” prima del lavoro.
Inizialmente i corpi venivano sepolti in fosse comuni, ma tra le SS si diffuse il timore per la contaminazione della falda acquifera. Dall’autunno 1942 si procedette all’esumazione e la cremazione dei cadaveri su graticole fatte di binari ferroviari.
Il personale tedesco era numericamente ridotto, composto da poche decine di SS, affiancate da guardie ausiliarie, i cosiddetti Trawnikimänner: ex soldati sovietici (per lo più bielorussi e ucraini) fatti prigionieri e poi addestrati dalle SS nel campo di Trawniki.
Nel 1943 venne aggiunta un’area, dislocata a una certa distanza dal resto del complesso, denominata Lager IV o Nordlager, realizzata per lo stoccaggio e la lavorazione di munizioni, prede di guerra sottratte all’esercito sovietico.
I comandanti
Il primo comandante del campo fu Franz Stangl (aprile – agosto 1942), dopo il suo trasferimento a Treblinka, gli succedette Franz Reichleitner (settembre 1942 – ottobre 1943). Entrambi austriaci, avevano fatto carriera nei centri di sterminio dell’Aktion T4, l’operazione di eutanasia condotta contro persone con disabilità fisiche o psichiche, dove avevano appreso a gestire l’omicidio di massa come una pratica amministrativa, attraverso una violenza fredda e distaccata.
La rivolta
Il 14 ottobre 1943 ebbe luogo una delle più famose e riuscite rivolte armate dei prigionieri nei campi nazisti.
Nel campo esisteva una rete di resistenza clandestina, guidata da Leon Feldhendler, che conosceva bene le dinamiche di gestione quotidiana dello sterminio, ma non aveva conoscenze militari. Il 18 settembre arrivò un convoglio da Minsk con soldati sovietici ebrei, che furono destinati a lavorare al Lager IV: tra di loro, Aleksander “Saša” Pečerskij, che promosse l’operazione. Il gruppo dei soldati sovietici si mise in contatto con Feldhendler per organizzare un piano di eliminazione delle SS (normalmente su ogni turno era presente solo una quindicina di SS), insurrezione e fuga.
Il piano scattò nella notte tra il 13 e il 14 ottobre 1943: le SS, una a una, furono attirate in luoghi isolati (per lo più le officine) con il pretesto di provare abiti o stivali. Gli insorti riuscirono a uccidere circa 11-12 uomini delle SS e alcune guardie Trawniki (le testimonianze divergono sul numero). La scoperta prematura del piano scatenò il caos; nonostante ciò, più di 300 prigionieri riuscirono a sfondare le recinzioni e fuggire. Circa 80 di loro morirono attraversando il campo minato attorno al campo, 97 furono uccisi dalla popolazione locale ostile e 5 in combattimenti con le unità partigiane: si stima che circa 60 riuscirono effettivamente a fuggire e a sopravvivere, tra cui 10 donne.
Il comandante Reichleitner nel momento della rivolta si trovava in congedo.
Lo smantellamento
Dopo la rivolta, i nazisti decisero di liquidare il campo, eliminando tutti i prigionieri rimasti. I magazzini di abiti e scarpe furono svuotati e gli oggetti caricati su vagoni ferroviari; così pure le munizioni del Lager IV. Le installazioni furono demolite, le camere a gas furono fatte saltare in aria e sul terreno in particolare del Lager III venne piantata una foresta di pini per cancellare ogni traccia. Un finto podere agricolo fu costruito per dissimulare.
Le vittime
Anche nel caso di Sobibór è difficile stabilire con precisione il numero delle vittime. I documenti furono probabilmente distrutti con la liquidazione del campo, per cui le prime stime sono state effettuate sulla base di testimonianze relative ai convogli, la loro composizione e frequenza.
La maggior parte delle vittime (circa 100.000) erano ebrei polacchi dei distretti di Lublino e della Galizia. Tuttavia, Sobibór ebbe un carattere “internazionale”: vi furono deportati ed eliminati oltre 34.000 ebrei dei Paesi Bassi provenienti dal campo di Westerbork; alcune migliaia dalla Slovacchia, dal Protettorato di Boemia e Moravia e dal Reich stesso, ovvero Germania e Austria; inoltre vi arrivarono alcuni trasporti dal campo di transito di Drancy, nei pressi di Parigi, e dalle zone occupate dell’Unione Sovietica. In totale, le stime oscillano tra 170.000 e 250.000 ebrei uccisi.
Inoltre, le testimonianze concordano sull’arrivo di un convoglio ferroviario di persone Rom e Sinti, immediatamente uccise.
I processi
La ricerca della giustizia per i crimini commessi a Sobibór è stata un percorso lungo e frammentario, ostacolato per decenni dall’assenza di documenti e l’esiguità delle testimonianze disponibili. I processi si sono svolti in paesi e anni diversi, riflettendo le differenti giurisdizioni e i cambiamenti nel diritto internazionale.
Tra il 1965 e il 1966 si svolse in Germania ovest il processo di Hagen, dove dodici ex membri del personale delle SS furono chiamati a rispondere di omicidio di massa. Il tribunale dovette affrontare la difficoltà di reperire prove concrete dopo vent’anni di silenzio. L’imputato principale fu Karl Frenzel, uno dei sottufficiali più brutali del campo, condannato all’ergastolo. Altri imputati ricevettero pene detentive variabili tra i tre e i quindici anni, mentre alcuni furono assolti perché non fu possibile dimostrare la loro partecipazione diretta ai singoli atti di uccisione o perché fu accettata la tesi della “minaccia per la propria vita” in caso di disubbidienza agli ordini.
Parallelamente, tra il 1962 e il 1965, in Unione Sovietica si tennero i processi di Kiev nei confronti dei Trawnikimänner. Molti di essi furono accusati di tradimento della patria e partecipazione allo sterminio: diversi processi si conclusero con condanne a morte, eseguite per fucilazione.
Nel 2011 John Demjanjuk – precedentemente arrestato negli Stati Uniti, processato in Israele perché creduto una delle guardie più sadiche di Treblinka, condannato e infine assolto – fu processato a Monaco con l’accusa di essere stato una delle guardie di Sobibór. Segnando una svolta nella giurisprudenza tedesca, fu condannato per “concorso in omicidio” non per uno specifico atto di violenza, ma per il fatto stesso di aver prestato servizio a Sobibór. Demjanjuk morì prima che la sentenza diventasse definitiva in appello.

Il memoriale e il museo
Dopo la guerra, Sobibór rimase a lungo un luogo marginale nella memoria pubblica, anche a causa della totale distruzione del sito, lasciato in abbandono, e del numero esiguo di testimoni sopravvissuti. Nei primi anni Sessanta vi fu eretto un piccolo monumento.
Solo a partire dal 2001, il campo è stato oggetto di ricerche archeologiche e iniziative memoriali che ne hanno restituito la centralità nella storia della Shoah.

Nel 2023 è stato inaugurato il nuovo Museo e Memoriale di Sobibór, frutto di un progetto internazionale. Fulcro dell’esposizione permanente sono 700 reperti estratti dal terreno durante le ricerche archeologiche, principalmente oggetti personali appartenenti alle vittime. Il percorso del memoriale si sviluppa nella foresta, dove sono evidenziate le aree dove si trovavano i diversi impianti, dalle baracche per il taglio dei capelli alle camere a gas, fino alla radura delle fosse comuni, ora coperte da un tumulo di frammenti di marmo bianco. L’area del Lager III è stata perimetrata da un muro in calcestruzzo chiaro. Lungo la via di accesso sono disposte pietre con indicati i nomi di alcune delle vittime di cui è stato possibile definire l’identità: si tratta in particolare degli ebrei olandesi deportati da Westerbork.







