Comunicare la storia? Alcune note sul dibattito sui lager e lo sterminio ebraico in Polonia

Nella sua introduzione al libro di Annette Insdorf Indelible Shadows, Elie Wiesel cita una frase del rabbino di Kock: “Ci sono verità che non possono essere comunicate con la parola; ci sono verità più profonde che possono essere trasmesse solo con il silenzio. A un livello più profondo ci sono quelle che non possono essere espresse, nemmeno con il silenzio”. Wiesel aggiunge: “Eppure la storia deve essere comunicata” (Mayer 2019: 71).


La riflessione sul modo di comunicare e comprendere la storia, su come l’arte, i monumenti, i memoriali, la presenza della natura, possono servire a caricare di senso i “paesaggi dopo il crimine” (Taborska 2021: 9), a trasmettere la memoria delle vittime, a creare con esse un legame empatico, a dare un senso alla sofferenza e al caos, non è certamente una specialità polacca. Ma la Polonia, il paese entro le cui frontiere si trovano i sei campi di sterminio nazisti è, come ha detto l’artista Roman Stańczak, “un luogo per la conservazione della memoria delle guerre e dell’Olocausto” e “tutto il paese è un monumento a una memoria spaventosa» (Stańczak 2016: 14). Come tale memoria venga ‘conservata’ in un paese più di ogni altro intriso di resti ebraici (“Il paesaggio della Polonia del dopoguerra [è] come un cimitero ebraico o piuttosto un sarcofago che ha assorbito direttamente i cadaveri degli ebrei e altri resti”, ha scritto Elżbieta Janicka, 2020: 56) è dunque una questione particolarmente pressante, vi sono dedicati articoli, libri, simposi, ma è anche continuamente al centro di una politica storica aggressiva e falsificante, di un accavallarsi di spesso grottesche celebrazioni e manifestazioni, di aggressioni spesso non solo verbali che ripetutamente squarciano il “silenzio” della riflessione e del non comunicabile di cui parlava il rabbino di Kock.

Lager e politica storica – oggi

“Inaudita (non ancora audita)” è, nelle parole di Michele Sarfatti (Sarfatti 2021: 275) l’aggressione nei confronti degli studiosi riuniti a simposio a Parigi presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS) nel febbraio 2019, dal titolo La nouvelle école polonaise d’histoire de la Shoah, con la partecipazione di diversi storici di fama internazionale (CIT). 
Lo svolgersi del convegno, piuttosto che punteggiato da consueti sbadigli, è stato interrotto da urla e minacce di una trentina di personaggi, autodefinitesi “polacchi, cattolici”, alcuni dei quali arrivati appositamente dalla patria. Gli stessi che hanno poi accompagnato, con uguali urla e minacce, l’uscita degli studiosi dell’edificio sede dell’incontro. Di tre anni precedenti, è il (relativamente) clamoroso processo allo storico dell’Università di Princeton Jan Tomasz Gross per “diffamazione della Polonia”, per aver scritto, sulla rivista tedesca Die Welt (13.09.2015) che, durante e subito dopo la Seconda guerra mondiale, i polacchi avevano ucciso più ebrei che tedeschi (i calcoli sono forzatamente imprecisi, ma la cifra, oggi accettata da molti storici, è di circa 30.000 tedeschi e 100/200.000 ebrei). Il processo si svolgeva in base alla legge, denominata poi “Legge Gross”, del 26 gennaio 2015, dalla Commissione per il perseguimento dei crimini contro la nazione polacca. Verosimilmente anche a seguito delle proteste internazionali, il processo venne annullato insieme alle conseguenze penali iscritte nel testo di legge. Nel 2023, infine, durante una conferenza tenuta dallo storico dell’Università di Ottawa Jan Grabowski presso l’Istituto Storico Germanico di Varsavia, il deputato al Parlamento polacco del partito di ultradestra “Konfederacja” Grzegorz Braun fece irruzione nella sala, distrusse il microfono e gli altoparlanti, minacciando sia l’oratore che il direttore dell’Istituto. Grabowski è stato costretto a lasciare l’edificio uscendo da una porta laterale, difeso dalle forze di sicurezza. Un episodio che la storica Irena Grudzińska-Gross ha definito “un pogrom simbolico”.
Queste sono solo le più eclatanti vicende legate al tema noi trattato, termometro di quanto sia alta la temperatura intorno alle questioni relative alla Shoah e al comportamento dei polacchi. Sebbene altri paesi, come ad esempio a Lituania, condividano con i polacchi prese di posizione storico-legali drastiche, e per gli occidentali finora difficilmente comprensibili, è in Polonia, per i motivi già menzionati e comunque ben noti, che la questione assume aspetti particolarmente drammatici.

Indispensabile sembra anche rammentare quanto su questo stato di cose abbiano influito oltre 40 anni di silenzio e menzogne istituzionali durante il regime filo sovietico (un silenzio che ha iniziato a squarciarsi soltanto nel 1989), l’onda lunga della campagna antisemita governativa (ma appoggiata dalla maggior parte degli attori politici e sociali della Polonia del periodo) del 1968, nonché l’atteggiamento della Chiesa polacca, probabilmente la più retriva, xenofoba e violentemente antisemita nel variegato panorama del cattolicesimo mondiale.

Olocausto degli ebrei o Olocausto dei polacchi?

In sommario riassunto, il conflitto ebraico-polacco verte sul numero delle vittime durante la Seconda guerra mondiale e la qualità della sofferenza. Le prime statistiche redatte al termine del conflitto (e sostanzialmente confermate dalle ricerche attuali) indicavano in tre milioni di vittime fra gli ebrei polacchi, e ‘solo’ un milione e 800mila fra i polacchi etnici.
Pare sia stato l’influente membro del Politburo del Partito dei Lavoratori, Jakub Berman, l’autore, già agli inizi del 1946, di un adeguamento ritenuto indispensabile all’accettazione da parte dell’opinione pubblica polacca. Il numero di sei milioni di vittime, equamente suddiviso fra polacchi etnici e polacchi ebrei, è quello che continua a essere diffuso e insegnato nelle scuole. Inaccettabile, nell’ottica generale dell’uguale sofferenza, e addirittura punibile per legge, come già menzionato, è l’idea della partecipazione dei polacchi allo sterminio (durante, e subito dopo la guerra). 
Per l’esaltazione del buon nome della Polonia è indispensabile l’esaltazione dei salvatori, le cui gesta possono essere documentate storicamente o meno(vedi nella sezione Stato dei luoghi l’articolo
Polonizzare Treblinka), e generalmente sorvolando sul fatto che il maggior pericolo per i salvatori non provenisse da parte nazista ma dai vicini di casa polacchi (vedi ad es. Bikont 2019). 
È dunque pressante, per un segmento della classe intellettuale polacca, la questione di come sottrarsi non solo ad aggressioni organizzate ma anche a una politica storica che, nonostante l’esito positivo delle elezioni parlamentari del 15 ottobre 2023, sembra continuare a restare sostanzialmente immutata (cfr., ad es., Grabowski 2024: 17). 
Particolarmente degno di ammirazione è, in questo contesto, il lavoro comunque svolto da storici, da istituzioni culturali, funzionari e ricercatori di musei e di luoghi di memoria. 
Riguardo la gestione degli spazi dei lager uno dei punti più dolorosi e dibattuti è certamente quello della “cristianizzazione” e “polonizzazione” dei luoghi dello sterminio – qui si rimanda ai due contributi di Elżbieta Janicka e di Jan Grabowski, presenti in questo sito. La questione può anche venire plasticamente sintetizzata dalla homepage del lager di Treblinka, laddove, delle quattro foto proposte a presentazione del sito, due presentano panorami di croci e di un’installazione che, un tempo adibita semplicemente a marcare la divisione fra Treblinka I e Treblinka II, oggi funge da altare per messe e celebrazioni cattoliche.

Spazi museali, spazi del dopo-lager, spazi dove sorgevano i lager

Nel 2021 il Museo Statale di Majdanek ha pubblicato un volume collettaneo a cura di Tomasz Kranz, direttore del Museo dal 2007 a oggi. Nelle prime pagine Kranz offre una definizione del lager che dà ragione della (infinita) complessità del luogo, della sua missione, della sua conservazione. 

Un lager è la storia della persecuzione e dello sterminio dei detenuti, le loro storie individuali e collettive e gli eventi storici in cui sono state iscritte le tragiche esperienze della guerra. I lager sono anche testimonianze materiali, e dunque documenti, strumentazioni, costruzioni, terreni. Questi oggetti, se si sono salvati dalla guerra, se al suo termine sono stati tutelati, sono frammenti dei lager, e al tempo stesso appartengono al luogo – nel senso di “luogo-dopo” – un palinsesto della propria storia e degli strati di memoria e/o di oblio che vi si affastellano” (Kranz 2021: 10). 

Eppure il “luogo-dopo”, miejsce-po, definizione abbastanza diffusa in Polonia, è fallace, in quanto il luogo dove lo sterminio si è svolto continua a essere il luogo dello sterminio, ed è pieno del suo vuoto.


L’autenticità del nulla, la voce del vuoto

Il vuoto non è silenzioso, muto e inane. Ciò che è stato omesso ha una voce che non scompare, nonostante l’avanzare del processo di oblio collettivo. Il vuoto va alla ricerca. Cerca chi sia in grado di ascoltarlo (Michał Niezabitowski in Kranz 2021: 12). 

La percezione del vuoto, del nulla, torna spesso in considerazioni e impressioni di studiosi e visitatori dei luoghi dello sterminio, e sono elementi fondamentali di quella esperienza. Lo storico Robert Traba racconta della prima visita a Chełmno quando: “immergendomi più a fondo nello spazio scoprivo frammenti del lager per me sempre più stupefacenti e solamente oltre il bosco vidi quello che vi era di più sconvolgente – ovvero, il nulla” (in Kranz 2021: 38). L’emozione quasi insostenibile provata suggerisce a Traba la necessità irrimandabile di “preservare ciò è autentico, di non interferire con il luogo” (ivi: 39). 
Se questa richiesta riguarda la struttura del paesaggio (anch’esso ovviamente sottoposto a infinite variazioni) “l’autenticità” da lui menzionata è una delle questioni più complesse dal punto di vista museale ed esperienziale, ed è, come noto, declinata diversamente nei tempi e nelle diverse culture. È più originale l’antico muro ricostruito in perfetto opus reticulatum, o quello in cui sono ben visibili le aggiunte del moderno restauratore? Sono autentici i fili spinati, che debbono venir sostituiti ogni pochi anni, perché sgretolati dalla ruggine? È autentica la celeberrima porta d’ingresso ad Auschwitz, rimpiazzata con una copia per evitare furti (e priva di ogni indicazione al riguardo)? Era più autentico il campo di Sobibór, per lunghi decenni quasi solo una radura, difficilmente raggiungibile, in un bosco? O la poderosa struttura memoriale di Bełżec, che ha stravolto la fisionomia del terreno calpestato da centinaia di migliaia di condannati a morte per crearvi una ripida montagna di dolore?

Parole diverse

Fondamentale, nella specifica situazione polacca (ma probabilmente anche altrove) è il distanziamento dal terzo lemma della classica tripartizione proposta dallo storico della Shoah Raul Hilberg: perpetratori, vittime, spettatori (perpetrators, victims, bystanders). Il termine bystander è infatti tradotto in polacco come świadek, testimone. “Testimone” è, secondo lo Zanichelli 2022, “chi attesta, fornisce la prova, l’indizio, la manifestazione di qualcosa”. E il testimone è colui su cui si poggia l’ordinamento giudiziario. Più importante ancora del giudice, è la figura imparziale la cui stessa presenza fisica determina il verdetto. Ma l’aver inquadrato la discussione sulla Shoah in Polonia avendo come riferimento la figura del “testimone polacco” è ciò che ha finora impedito il rimettere in gioco le categorie culturali che l’hanno consentita. Alternativa al discorso sui Giusti (“la narrazione sul prevalente aiuto offerto agli ebrei nella Polonia occupata”), la figura del testimone è “narcisistica, diretta contro la conoscenza sullo stato fattuale delle cose e diretta contro le vittime: la narrazione sui Giusti sulla base di una active aggression, quella sul testimone polacco sulla base di una passive aggression. Entrambe costituiscono un modo per evitare il confronto con lo Sterminio e l’antisemitismo, e sono parte del problema che tentavano di eludere” (Janicka 2018: 144).

Per questo motivo nel sito il termine “testimone” sarà usato solo nelle pagine riferite all’opera di Mirosław Bałka, per rispetto al termine usato dall’artista: il “post-testimone”, il cui significato è ben più simile a “colui che osserva” che non di colui che “porta testimonianza”. E forse è proprio lo sguardo dell’artista, di Bałka e di altri, che solo può trasmetterci la sensazione del vuoto, “l’autenticità” del lager, comunicare la storia oltre, dentro il silenzio.

Laura Quercioli Mincer

Professoressa di Letteratura e cultura polacca all’Università di Genova. Si occupa di cultura ebraico-polacca e di forme di trasmissione della memoria in letteratura e nelle arti figurative. Fra le sue ultime pubblicazioni il volume collettaneo Arte visiva, luogo e memoria. Testimonianza e radicamento (2022) e A testimoni il cielo e la terra. Arte, nazione e memoria in Polonia e in Germania – 2002-2020 (2023, Genova University Press). Dal 2010 è editor de «La Rassegna Mensile di Israel», nel 2022-2024 è stata presidente dell’Associazione Italiana Polonisti – AIP. Nel 2026 è in pubblicazione per Castelvecchi la monografia Per un’etica della malinconia. Miroslaw Balka, la storia, la Shoah. È la capofila del progetto di rilevanza nazionale (PRIN) Conceptualising and Representing the “Other” in the Polish, Ukrainian, Jewish and Yiddish Cultural Fields (2024-2025).

Bibliografia

Bikont Anna, 2019. Il crimine e il silenzio: Jedwabne 1941. Un massacro in cerca di verità. Torino, Einaudi.
Grabowski Jan, 2024. Whitewash: Poland and the Jews. “Jewish Quarterly” n. 257.
Janicka Elżbieta, 2018. Obserwatorzy uczestniczący zamiast świadków i rama zamiast obrzeży. O nowe kategorie polskiego kontekstu Zagłady. “Teksty drugie” 3: 131-147.
Kichelewski Audrey et al. (éd.), 2019. Les Polonais et la Shoah. Une nouvelle école historique. Paris, CNRS Editions.
Kranz Tomasz (red.), 2021. Historia w przestrzeniach pamięci. Obozy – „miejsca po” – muzea. Lublin, Państwowe Muzeum na Majdanku.
Mayer Gabriel 2019. The Visuality of the Holocaust Today. “Advances in Social Sciences Research Journal”, n. 8: 67-80.
Sarfatti Michele, 2021. Recensione di Les Polonais et la Shoah. “pl.it / rassegna italiana di argomenti polacchi”, n. 12: 275-279, https://plitonline.it/2021.
Stańczak Roman, 2016. Life and Work, volume bilingue inglese e polacco. Roma, Nero.
Taborska Halina (in cooperation with Marian Turski), 2021. Art in Places of Death. European Monuments to Victims of Nazism. Cracow-Budapest-Syracuse, Austeria.

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