Il progetto

Il ciclo di Lieder Winterreise di Franz Schubert, composto nel 1827, è l’opera simbolo del romanticismo europeo. Vi si descrive il viaggio solitario di un Wanderer, un viandante disperato per una delusione d’amore in una natura fredda e inospitale, in cui però egli trova rispecchiamento e, infine, una sorta di consolazione. Il viandante, fin dalle prime battute, si definisce fremd, straniero. Una situazione esistenziale forse immanente a questa figura, da cui non può esistere via d’uscita: Fremd bin ich eingezogen, fremd zieh’ ich wieder aus, ovvero «Straniero sono giunto, straniero mi allontano».
Lager-Reise cerca di raccontare un viaggio altrettanto disperato, innescato da un fallimento radicale e privo di qualsiasi prospettiva di consolazione: un viaggio nei luoghi dello sterminio nazista in Polonia, oggi.
Il percorso non segue la cronologia della costruzione dei Lager, ma si ispira alle linee ferroviarie che un tempo collegavano le grandi città (Varsavia, Cracovia, Lublino e altre) ai centri di sterminio, traiettorie che il team del progetto ha seguito nei suoi percorsi concreti verso Treblinka, Sobibór, Bełżec, Majdanek, Auschwitz, Chełmno: i Vernichtungslager, i campi di sterminio o, etimologicamente, di annientamento.
A partire dalla fine del 1941 in questi luoghi è stata messa in atto l’eliminazione sistematica degli ebrei, ovvero la fase finale dell’Endlösung der Judenfrage, la “soluzione finale della questione ebraica”: prima con l’eliminazione degli ebrei del Warthegau, poi del Governatorato generale di Polonia, infine con le deportazioni dalla Germania e dai paesi occupati.

Nel quadro del PRIN PNRR 2022 Conceptualising and Representing the ‘Other’ in the Polish, Ukrainian, Jewish and Yiddish Cultural Fields, diretto da Laura Quercioli dell’Università di Genova, tra il 2024 e il 2025 abbiamo effettuato tre viaggi. Il primo, attraverso la Polonia centro-orientale, da Varsavia a Treblinka, Sobibór, Bełżec e Majdanek, con il sostegno dell’Istituto polacco di Roma e il coordinamento di Anna Jagiełło. Il secondo a Chełmno, con il sostegno del progetto di ricerca coordinato da Katrin Stoll dell’Università di Jena (sostenuto dalla DFG – Deutsche Forschungsgemeinschaft). Infine, un terzo viaggio ci ha portato da Cracovia ad Auschwitz-Birkenau.
Andare oggi sui luoghi dove più di ottanta anni fa è stato prodotto l’annientamento degli ebrei d’Europa, vedere e percepire lo stato dei luoghi, permette di osservare come la cultura cerchi di rispondere al fallimento e al collasso radicale della cultura stessa – che si è dato mettendo in atto la Shoah – e come l’arte e l’architettura provino a confrontarsi con il Nulla antropico (das Nichts) prodotto dai non ebrei a partire dagli ebrei.
Lo sguardo che abbiamo assunto è quello del viaggiatore che, osservando, non può né vuole appropriarsi della tragedia, ma accetta il peso della sua parte di coinvolgimento, di responsabilità. 
L’obiettivo è quello di documentare, attraverso uno sguardo soggettivo ma guidato dalla disciplina e dal rispetto, lo stato attuale dei luoghi e, almeno in parte, le loro iniziative memoriali, offrendo anche essenziali riferimenti storici e riflessioni: note, approfondimenti, testi raccolti nella preparazione del viaggio o che ci hanno accompagnato tra le pagine del nostro taccuino.
Infine, vorremmo mostrare e trasmettere le trasformazioni e la sofferenza della natura nei luoghi dei lager. «Come fate a rimanere così belli, voi cieli azzurri, mentre ci stanno massacrando?», scriveva il poeta Yitzhak Katzenelson. La risposta si trova nella celebre definizione data da Martin Pollack, che ha colto la pesante affezione che permane a gravare i Paesaggi contaminati.

Oltre Auschwitz

Su Auschwitz come simbolo della Shoah – epitome del Male, anus mundi, unica vera capitale d’Europa, simbolo della coscienza europea – sono stati scritti volumi in grado di riempire più di una biblioteca. La centralità di Auschwitz-Birkenau nella memoria storica (forse) condivisa si è costruita fondandosi sia sulla sovrastima del numero delle vittime (si pensava fossero 3 o 4 milioni, le ultime indagini hanno invece confermato che vi furono assassinati 1.100.000 ebrei e 160.000 non ebrei), sia sul fatto che vi furono deportate persone da tutti i paesi dell’Europa occupata. 
Inoltre, Auschwitz unisce, in una sola zona e amministrazione, il campo di concentramento (Auschwitz I) e il campo di lavoro (Monowitz), dove la morte era estremamente probabile – per sfinimento, fame, malattie, esecuzioni, torture – e il campo di sterminio (Birkenau), dove la morte era inevitabile e quasi immediata. Birkenau fu l’ultima concretizzazione del progetto di annientamento attraverso strutture fisse per la gassazione delle vittime e la cremazione dei corpi: il primo Vernichtungslager – campo di annientamento – fu Chełmno, poi furono realizzati Bełżec, Sobibór, Treblinka. E anche Majdanek, il campo di concentramento presso Lublino, aveva una camera a gas e un crematorio. 
Alcune migliaia di prigionieri del campo di concentramento di Auschwitz sono sopravvissuti – a differenza di quanto avvenuto nei Vernichtungslager – e hanno potuto testimoniare. Nasce da qui il progetto, pensato già nel 1946 – ovvero prima dell’istituzione del Museo nazionale polacco, aperto nel 1947 – di creare una serie di padiglioni nazionali, progettati e gestiti dai singoli governi in accordo con le istituzioni museali, in memoria di tutti quei gruppi che ad Auschwitz sono stati deportati e assassinati. Una decisione probabilmente indispensabile (e attraente per il visitatore e il turista), ma che in buona parte contraddice il noi che avrebbe potuto esserne simbolo: noi esseri umani, noi europei, noi ebrei – laddove “ebreo” poteva non denominare un altro spesso inviso, ma l’epitome stessa della storia europea e occidentale.
Ma Auschwitz non è stato il primo ex campo a essere trasformato in museo-memoriale: prima ancora che finisse la guerra, nel novembre 1944, l’ex campo di concentramento tedesco KL Lublin-Majdanek divenne il Museo Statale di Majdanek. 
Se oggi Auschwitz si trova a confrontarsi con un fenomeno come il turismo di massa se non addirittura di overtourism, gli altri ex campi continuano ad essere luoghi dalla frequentazione difficile, meta di visite numericamente molto inferiori, ma attivate da una forte sensibilità alle tematiche storiche e memoriali.

Perché Lager-Reise

Le foreste che avrebbero dovuto accogliere il viandante divennero scenari di morte, testimoni mute e complici silenziose della distruzione, e la natura, apparentemente immutata, è tuttora contaminata dalla violenza.

La scelta di un titolo in tedesco, Lager-Reise, è deliberata. Non solo perché richiama la lingua dell’apparato che concepì e realizzò la macchina dello sterminio, ma anche perché obbliga chi osserva a confrontarsi con la tensione profonda tra due termini in apparenza inconciliabili. 
Lager evoca l’intera infrastruttura della morte, la logica industriale dell’annientamento. Il termine stesso – “campo” – appartiene a quella strategia lessicale eufemistica che il nazismo adottò per velare la realtà dello sterminio dietro parole neutre o ingannevoli. Parlare di Lager, allora, significa anche confrontarsi con una lingua inquinata, che rende necessaria una continua interrogazione su ciò che si nomina e su come lo si nomina. 
Reise – il “viaggio” – deriva da una radice germanica che significa “alzarsi, mettersi in movimento”. Il termine rimanda, nella cultura tedesca, alla figura del Wanderer, viandante solitario e pensoso che si immerge nella natura per cercare consolazione, riflessione, elevazione spirituale. Il concetto stesso di Wandern, il camminare nella natura, è un fondamento della sensibilità romantica e identitaria tedesca, un gesto profondamente culturale. 
Lager-Reise rovescia tutto questo: le foreste che avrebbero dovuto accogliere il viandante divennero scenari di morte, testimoni mute e complici silenziose della distruzione, e la natura, apparentemente immutata, è tuttora contaminata dalla violenza. Inoltre, se per le vittime il viaggio verso questi luoghi non è stato una scelta, bensì una deportazione forzata, per i visitatori di oggi dovrebbe essere un percorso di osservazione e riflessione, un mettersi in movimento critico. 
Come nel ciclo di Winterreise, anche qui il viaggiatore è solo, in un paesaggio inospitale: non per la sua natura apparente – bellissima – quanto per la natura profonda, sottesa, che continua a fare affiorare tracce della violenza che vi è avvenuta più di ottanta anni fa. Non c’è possibilità di identificazione o catarsi: solo il bisogno radicale di vedere, attraversare, cercare di comprendere i meccanismi della violenza tramite le tracce che restano.

Team

Laura Quercioli Mincer

Professoressa di Letteratura e cultura polacca all’Università di Genova. Si occupa di cultura ebraico-polacca e di forme di trasmissione della memoria in letteratura e nelle arti figurative. Fra le sue ultime pubblicazioni il volume collettaneo Arte visiva, luogo e memoria. Testimonianza e radicamento (2022) e A testimoni il cielo e la terra. Arte, nazione e memoria in Polonia e in Germania – 2002-2020 (2023, Genova University Press). Dal 2010 è editor de «La Rassegna Mensile di Israel», nel 2022-2024 è stata presidente dell’Associazione Italiana Polonisti – AIP. Nel 2026 è in pubblicazione per Castelvecchi la monografia Per un’etica della malinconia. Miroslaw Balka, la storia, la Shoah. È la capofila del progetto di rilevanza nazionale (PRIN) Conceptualising and Representing the “Other” in the Polish, Ukrainian, Jewish and Yiddish Cultural Fields (2024-2025).

Elżbieta Janicka

Docente universitaria, fotografa e saggista. Laureata all’Université Paris VII Denis Diderot (1994) e alla Scuola Nazionale Superiore di Cinema, Televisione e Teatro di Łódź (1998). Ha conseguito il dottorato (2004) e l’abilitazione (2021) presso l’Università di Varsavia. La sua pratica scientifica e artistica è dedicata alle questioni dell’antisemitismo e della Shoah. Come fotografa, Janicka attinge da un tipo caratteristico di concettualismo rappresentato, ad esempio, dal Warsztat Formy Filmowej (Laboratorio della forma cinematografica), creato alla scuola del Cinema di Lódz negli anni Settanta. Un celebre esempio della sua arte fotografica è la serie Miejsce nieparzyste (Luoghi dispari; 2003-2004): sei fotografie in bianco e nero di grande formato, e tredici registrazioni audio, che visualizzano e danno voce all’aria sopra i campi di sterminio.

Elena Pirazzoli

Ricercatrice indipendente, si occupa di cultura visuale, studi memoriali, difficult heritage e public history. Dottore di ricerca in Storia dell’arte all’Università di Bologna, nel 2024-2025 collabora con il PRIN Conceptualising and Representing the “Other” in the Polish, Ukrainian, Jewish and Yiddish Cultural Fields. Dal 2019 al 2023 è stata Wissenschaftliche Mitarbeiterin presso l’Universität zu Köln nel quadro del progetto “Le stragi nell’Italia occupata 1943-45 nella memoria dei loro autori”. Collabora con Fondazione Villa Emma di Nonantola (MO), Scuola di Pace di Monte Sole (BO), Risiera di San Sabba di Trieste, la rete nazionale degli Istituti storici della Resistenza, Fondazione Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia e la compagnia teatrale Archiviozeta. 

Anna Jagiełło

Storica dell’arte, laureata all’Università di Varsavia, curatrice del programma di arte e teatro dell’Istituto Polacco di Roma. Curatrice e organizzatrice di diverse mostre polacche, tra cui l’ultima, con Jakub Gawkowski, Operai dell’arte. Industria e arte nella Repubblica Popolare Polacca (Roma 2025). La sua attività è volta a far conoscere agli italiani l’arte e il teatro polacco, favorendo il dialogo tra artisti, esperti e studiosi polacchi e italiani. Ha curato tra altre cose il progetto e il volume Avanguardia polacca. Arte e cultura in Polonia tra il 1914 e il 1952 (2020 Quodlibet) e, con Jerzy Malinowski, Contatti artistici polacco-italiani 1944-1980 (2023 Polski Instytut Studiów nad Sztuką Świata)