La costruzione
Bełżec fu il primo centro di sterminio realizzato dai nazionalsocialisti nel Governatorato Generale di Polonia: rappresentò un passaggio decisivo nella politica di annientamento degli ebrei d’Europa. La sua costruzione ebbe inizio nell’autunno del 1941, in una fase in cui la dirigenza nazista stava sperimentando modalità sempre più sistematiche ed efficienti dell’assassinio di massa. Nello stesso periodo si colloca infatti anche lo sviluppo del centro di sterminio di Chełmno e i primi esperimenti con il gas Zyklon B ad Auschwitz.
Bełżec, sviluppato sotto la supervisione dell’ingegnere SS Richard Thomalla, divenne il campo modello per lo sviluppo dell’Aktion Reinhard, seguito poi dalla creazione di Sobibór e Treblinka.
Per costruire il campo fu identificata un’area nei pressi della stazione ferroviaria di Bełżec, lungo la linea che collegava Lublino e Leopoli (in polacco Lwów, oggi L’viv, in Ucraina). Già dal 1940 presso questo villaggio era stato creato un campo di lavoro, articolato in trenta sottocampi, i cui internati – ebrei e rom – erano stati utilizzati per costruire la linea difensiva “Otto Linie”. La mortalità dei prigionieri era alta: per stenti, tifo, violenze.
Tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre del 1941 iniziarono i lavori della nuova struttura. Il campo occupava un’area rettangolare relativamente ridotta, di circa sette ettari, sul fianco di una collina, perimetrata a ovest dalla ferrovia, a nord da un terrapieno, a est e a sud da foreste. La sua funzione era dissimulata e celata dalla vista: la barriera di filo spinato era stata coperta di rami di conifere intrecciati, successivamente furono piantumati pini molto fitti, creando una cortina di alberi.
In funzione
Il campo era suddivviso nel campo I, dove si trovavano gli alloggi delle guardie (ex prigionieri sovietici, per lo più ucraini e bielorussi, provenienti dal campo di addestramento di Trawniki), la baracca degli Arbeitsjuden, gli “ebrei da lavoro”, e la zona di ingresso dei convogli ferroviari; il campo II era il vero e proprio luogo dello sterminio, con la baracca spogliatoio, le camere a gas e le fosse di sepoltura. Inizialmente, la camera a gas era una struttura in legno con tre vani.
Nell’estate del 1942 il campo venne ristrutturato e ampliato: la struttura lignea fu smantellata e sostituita da un edificio in muratura con sei camere a gas. Contestualmente, il campo venne diviso in due settori principali. Il campo inferiore comprendeva la rampa ferroviaria, gli spogliatoi e le baracche-officina; il campo superiore ospitava le camere a gas e le fosse comuni. Le due zone principali erano collegate da un corridoio stretto e recintato chiamato der Schlauch (il tubo).
Bełżec fu il primo luogo in cui vennero utilizzate camere fisse per l’uccisione di massa con gas di scarico (monossido di carbonio). I deportati arrivavano al campo in vagoni merci sovraffollati e sigillati, i convogli venivano fatti sostare su un binario secondario; poiché la rampa poteva accogliere solo pochi vagoni alla volta, i treni venivano spesso divisi in più sezioni e i deportati rimanevano chiusi per ore in condizioni terribili.
Dai trasporti venivano selezionati alcuni prigionieri destinati al ruolo di Arbeitsjuden, da impiegare per smistare gli oggetti sottratti alle vittime, estrarre i corpi dalle camere a gas, scavare e riempire le fosse comuni. Questi prigionieri erano sottoposti a una violenza continua e a un ricambio sistematico: chi non reggeva le condizioni estreme veniva ucciso e sostituito.
Tutti gli altri deportati venivano condotti negli spogliatoi, dove erano costretti a consegnare denaro, documenti e oggetti di valore, per poi denudarsi. Da lì venivano spinti lungo un corridoio scoperto ma con alte pareti, noto come der Schlauch (il tubo), che conduceva direttamente alle camere a gas. Per accelerare il processo e massimizzare il numero di persone introdotte nei vani, le SS e le guardie usavano bastoni e fruste.
Gli uomini venivano uccisi per primi; nel frattempo, una squadra apposita tagliava i capelli alle donne, destinati al riutilizzo industriale. Una volta chiuse le porte delle camere, veniva avviato un motore a combustione che immetteva monossido di carbonio all’interno.
Gli indumenti e gli effetti personali venivano caricati su vagoni e trasferiti a un deposito esterno al campo, dove erano smistati, disinfettati e inviati a Lublino e poi nel Reich.
I comandanti
Il comando del campo fu affidato inizialmente a Christian Wirth: ex poliziotto di Stoccarda, SS-Sturmbannführer, aveva fatto carriera nei centri di sterminio dell’Aktion T4, l’operazione di eutanasia condotta contro persone con disabilità fisiche o psichiche. Wirth portò con sé a Bełżec gli “esperti” che avevano già operato per la T4: tra questi, Gottlieb Hering, Gottfried Schwarz e Joseph Oberhauser. Un nucleo di circa venti uomini delle SS supervisionava le operazioni principali, mentre il funzionamento quotidiano era garantito anche da circa cento ex prigionieri di guerra sovietici, reclutati, addestrati nel campo di Trawniki e impiegati come guardie e ausiliari. Nell’estate del 1942 Wirth fu richiamato a Berlino e nominato ispettore dei campi di sterminio dell’Aktion Reinhard; il comando di Bełżec passò a Gottlieb Hering.
Le vittime
Tra metà marzo e metà dicembre 1942 furono assassinati a Bełżec circa 435.000 ebrei. Questa cifra, oggi generalmente accettata dalla storiografia, deriva soprattutto da fonti indirette – in particolare dai rapporti ferroviari – e trova una conferma fondamentale nel cosiddetto Rapporto Höfle, un telegramma cifrato inviato l’11 gennaio 1943 dall’SS-Sturmbannführer Hermann Höfle al comando centrale delle SS. Intercettato e decifrato dai servizi segreti britannici, il documento riporta i numeri complessivi degli ebrei deportati e assassinati nei campi di Bełżec, Sobibór, Treblinka e Majdanek nel corso del 1942, fornendo una delle rarissime testimonianze contemporanee prodotte dagli stessi perpetratori.
Se il numero è stato stabilito con relativa precisione, restano ancora da ricostruire le identità della maggior parte delle vittime.
Inoltre, alle vittime ebree vanno aggiunte quelle della comunità rom della Galizia e del distretto di Lublino, non quantificate.
Lo smantellamento
A metà dicembre 1942 le uccisioni nelle camere a gas cessarono: completando l’eliminazione degli ebrei della Galizia, il campo porta a compimento il suo compito.
Iniziò la fase di liquidazione del campo, con lo smantellamento delle strutture e la cancellazione delle tracce. Tra la fine del 1942 e la primavera del 1943, nella cosiddetta Sonderaktion 1005, i prigionieri superstiti addetti al lavoro furono costretti a riesumare i corpi e a bruciarli su grandi pire crematorie fatte con le traversine ferroviarie. Le ceneri venivano setacciate alla ricerca di oggetti di valore rimasti sepolti. Una volta completata la distruzione delle prove materiali, il terreno venne livellato e ricoperto, furono piantati pini e costruita una fattoria che venne affidata a un ex guardiano, con l’obiettivo di dissimulare cosa era avvenuto in quel luogo e di tenere lontano la popolazione locale, scoraggiarla dal profanare l’area alla ricerca di beni preziosi appartenuti agli ebrei assassinati.
Sopravvissuti e testimonianze
Bełżec è il campo di sterminio con il minor numero di superstiti: solo due sono noti con certezza – Rudolf Reder e Chaim Hirszman. Reder, deportato da Leopoli nell’agosto 1942, riuscì a fuggire durante una missione esterna nel novembre dello stesso anno. Hirszman, deportato nel novembre 1942, sopravvisse fino alla liquidazione del campo e fu poi trasferito verso Sobibór, riuscendo a fuggire dal trasporto. Le loro testimonianze costituiscono fonti fondamentali per la ricostruzione della storia del campo.
Il numero così esiguo di testimoni e la cancellazione della maggior parte dei documenti da parte delle SS dopo lo smantellamento del campo ha creato un vuoto documentario difficile da colmare, sia in ambito storiografico che giudiziario.
Il processo
Tra il 1963 e il 1965 si svolse a Monaco di Baviera l’unico processo relativo ai crimini commessi nel campo di sterminio di Bełżec. Davanti alla corte comparvero sette imputati, ex membri del personale del campo. Solo Josef Oberhauser fu riconosciuto colpevole e condannato a quattro anni e mezzo di reclusione, una pena estremamente lieve se rapportata alla partecipazione diretta allo sterminio di centinaia di migliaia di persone.
Gli altri imputati furono assolti. Il tribunale ritenne che avessero agito non come autori principali, ma come semplici esecutori in una condizione di “stato di necessità”, avendo eseguito gli ordini per timore di gravi conseguenze personali. Questa interpretazione, fondata su una lettura restrittiva della responsabilità penale individuale e su una presunta coercizione sistematica, è stata in seguito ampiamente messa in discussione e smentita dalla storiografia, che ha mostrato come il personale dei campi disponesse in realtà di margini di scelta e come non vi siano prove di esecuzioni o punizioni capitali per il rifiuto di partecipare alle uccisioni.
Il processo di Monaco è oggi considerato emblematico dei limiti della giustizia penale della Germania occidentale nel confrontarsi con i crimini dei campi di sterminio: la scarsità di sopravvissuti di Bełżec, la distruzione sistematica delle prove e un impianto giuridico fortemente orientato a ridurre la responsabilità degli imputati contribuirono a un esito giudiziario largamente inadeguato rispetto alla portata dei crimini commessi.

Il memoriale e il museo
Nel dopoguerra, l’area dell’ex campo rimase a lungo priva di una tutela adeguata e fu oggetto di saccheggi e profanazioni. Un primo monumento venne inaugurato nel 1963, ma solo a partire dagli anni Novanta maturò una riflessione più ampia sul significato del luogo.
Il memoriale attuale, inaugurato nel 2004, è concepito come un intervento che coinvolge l’intera area del campo. Il fianco della collina dove si trovava il campo è stato ricoperto di scorie (il termine polacco żużel indica scorie industriali come i residui di combustione) di diversa granulometria, più scure nei punti corrispondenti alle fosse comuni, a sottolineare la presenza dei luoghi di sepoltura. Questo “Cimitero-Tumulo” (Cmentarz-Mogiła) è attraversato da una “Via-Fenditura” (Droga-Szczelina), che taglia il terreno come una ferita e conduce alla Nicchia “Ohel”, termine ebraico che significa “tenda” e si riferisce alla tradizione biblica di erigere una struttura leggera sopra la tomba di una personalità retta o di un maestro spirituale. In questo spazio è incisa una lista di nomi propri – femminili e maschili – a indicare simbolicamente le vittime di cui non si conosce l’identità. Attorno si sviluppa un camminamento che riporta i nomi delle località da cui partirono i trasporti verso Bełżec, restituendo una geografia dello sterminio.
Ai piedi di questo intervento scultoreo e simbolico nel paesaggio si trova l’edificio del museo che richiama nella sua volumetria la forma di un convoglio ferroviario.


Testo: “Attenzione!
Spogliatevi completamente!
Lascerete tutti gli oggetti portati con voi nell’area designata, ad eccezione di denaro, oggetti di valore, documenti e scarpe. Dovete tenere con voi denaro, oggetti di valore e documenti fino alla loro consegna allo sportello designato; non lasciateli mai. Le scarpe devono essere legate a paia e depositate nell’area designata. Vi avvicinerete al bagno e all’inalazione completamente nudi”.








