Campo di sterminio

Treblinka

Posizione: circa 80 km a nord est di Varsavia
Periodo di attività: luglio 1942 – novembre 1943
Vittime: 800.000 – 900.000

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La costruzione

Nell’aprile 1942 inizia la costruzione del terzo centro di sterminio – dopo Bełżec e Sobibór – dell’Aktion Reinhard, l’operazione di eliminazione degli ebrei che vivevano in Polonia e in particolare nell’area del Governatorato Generale. Per edificarlo viene individuata un’area vicino al villaggio di Treblinka, nel Voivodato della Masovia. Qui nel 1941 era già stato creato un campo di lavoro presso una cava di ghiaia. Il sito si trova a circa ottanta chilometri a nord est di Varsavia, molto vicino alla linea ferroviaria che collegava Varsavia a Białystok: nel giugno 1942 fu creato un binario di scambio che portava dalla stazione di Treblinka dentro al centro di sterminio.
Treblinka II (per distinguerlo dal campo di lavoro) diviene operativo il 22 luglio 1942.

A est di Varsavia il fiume Bug si allunga fra sabbie e paludi, boschi fitti di pini e latifoglie. Sono luoghi deserti e desolati, con qualche raro villaggio. Chiunque si trovi a passarvi evita accuratamente quei sentieri stretti e sabbiosi dove i piedi affondano e le ruote finiscono nella rena fino al mozzo.
Lì, sulla linea ferroviaria per Siedlce, a una sessantina di chilometri da Varsavia e poco distante da Małkinia, dove si incrociano i binari provenienti da Varsavia, Białystok, Siedlce, Łomża, si trova la stazione di Treblinka, piccola e sperduta.


Vasilij Grossman, L’inferno di Treblinka, autunno 1944

Camp in Treblinka. Sign ,vith the name of the village of Treblinka
Cartello con l’indicazione stradale del villaggio di Treblinka / ZIH – Żydowski Instytut Historyczny (Jewish Historical Institute), Varsavia
The camp in Treblinka. The railway station building
Stazione ferroviaria di Treblinka / ZIH – Żydowski Instytut Historyczny (Jewish Historical Institute), Varsavia
The camp in Treblinka. Photo of the death camp grounds after the war
L’area del campo di sterminio di Treblinka nel dopoguerra / ZIH – Żydowski Instytut Historyczny (Jewish Historical Institute), Varsavia

In funzione

Il centro di sterminio era suddiviso in due settori, il campo inferiore e quello superiore. Nel primo si trovava la parte amministrativa, con le caserme delle SS e delle guardie ucraine – i cosiddetti Trawniki –, la sede del comando, i magazzini e le baracche in cui stavano i pochi prigionieri selezionati per i lavori necessari alla funzionalità del campo. 
I treni entravano in questa sezione grazie al raccordo ferroviario: i vagoni venivano svuotati su una piattaforma in prossimità delle baracche in cui venivano fatte spogliare le donne e dove venivano immagazzinati beni, abiti e i capelli appena rasati. Gli uomini venivano fatti spogliare all’aperto. Le persone anziane o che non potevano camminare venivano indirizzate verso una finta infermeria dove avvenivano le esecuzioni.
Da questa zona di arrivo, le persone, dopo essere state spogliate, venivano convogliate nel “tubo”, der Schlauch: un corridoio lungo circa 90 metri delimitato da un’alta recinzione di filo spinato, camuffata con rami per non far vedere alle vittime dove si trovavano. Alla fine di questo corridoio si trovavano le camere a gas (monossido di carbonio), realizzate su una parte di terreno sopraelevato.
Al di là delle camere a gas inizialmente i corpi venivano sepolti in fosse comuni. In un secondo momento si provvedette a riesumare e quindi cremare i corpi

Probabilmente molti di coloro che vi furono scaricati nel 1942 avevano già avuto modo di transitare in quei luoghi in tempo di pace, ma senza fare troppo caso al paesaggio monotono di pini e sabbia, sabbia e ancora pini, erica, arbusti secchi, muri tristi di una stazione e snodi ferroviari… Chissà, forse il loro sguardo annoiato avrà anche scorto di sfuggita la monorotaia che partendo dalla stazione si perdeva nel bosco, stretta fra due ali di pini. La monorotaia che conduceva a una cava di sabbia bianca utilizzata nell’edilizia urbana e industriale. […]
Un posto desolato che gli uomini della Gestapo, con il benestare del Reichsführer delle SS Heinrich Himmler, scelsero per edificarvi il patibolo per antonomasia, un luogo che – dalla barbarie della preistoria ai pur feroci giorni nostri – il genere umano non aveva ancora conosciuto; e che, molto probabilmente, l’universo intero tuttora non conosce


Vasilij Grossman, L’inferno di Treblinka, autunno 1944

I comandanti

Il primo comandante di Treblinka fu l’SS-Obersturmführer Irmfried Eberl, un medico austriaco: dal 1939 era stato inquadrato nelle attività dell’Aktion T4 – il programma di soppressione di persone affette da malattie genetiche e mentali inguaribili – e posto a capo prima del centro di eutanasia di Brandenburg, poi di Bernburg in Sassonia-Anhalt. Nell’aprile 1942 fu incaricato della direzione di Treblinka, ma in agosto fu rimosso perché non riusciva a organizzare al meglio la “produttività” del campo, ovvero il ritmo delle eliminazioni.
Fu nominato al suo posto Franz Stangl, già comandante del campo di sterminio di Sobibór. Alla direzione di Stangl risale sia l’ampliamento delle camere a gas, che l’idea di creare una finta stazione, con tanto di orologio (fermo, solo dipinto sulla facciata) per dare una parvenza di normalità alla scena di arrivo dei treni ed evitare tensioni, panico, reazioni.
Negli ultimi mesi di attività del campo, quando Stangl era già stato trasferito alla Risiera di San Sabba di Trieste (insieme a tutto il gruppo di fedelissimi di Odilo Globocnik), fu nominato comandante il suo vice Kurt Franz (agosto-novembre 1943).
Tutti e tre i comandanti del campo, come tutto il personale che mise in atto l’Aktion Reinhard, avevano precedentemente operato nell’Aktion T4: erano degli specialisti dell’eliminazione di persone.

Treblinka in fiamme durante la rivolta del 2 agosto 1943. Fotografia scattata dal ferroviere Franciszek Ząbecki, membro dell’Armia Krajowa (esercito clandestino polacco), testimone dei trasporti della Shoah, come riportò nei processi del dopoguerra / ZIH – Żydowski Instytut Historyczny (Jewish Historical Institute), Varsavia

La rivolta

Il 2 agosto del 1943 i prigionieri delle squadre di lavoro si ribellarono, pianificando un attacco minuziosamente. Riuscirono ad appiccare fuoco a diverse baracche in legno, ma non alle camere a gas, che erano in muratura. Qualche centinaio di prigionieri riuscì a fuggire, ma molti furono presi e uccisi, anche nei giorni successivi, durante una caccia all’uomo. Sopravvissero circa cinquanta persone: a loro si devono le testimonianze sul campo.
Dopo la rivolta il campo era seriamente danneggiato, ma anche la sua funzione ormai volgeva al termine, dato che l’eliminazione degli ebrei polacchi era stata quasi ultimata.

Lo smantellamento

Poco dopo la rivolta Treblinka cessò le operazioni e iniziò lo smantellamento e la cancellazione delle tracce.
Al posto delle strutture del campo furono impiantate una fattoria e i suoi annessi agricoli per nascondere quella che era stata la funzione del luogo. Gli ultimi prigionieri, utilizzati per queste mansioni, furono fucilati. Nel novembre 1943 il centro di sterminio di Treblinka non esisteva più.
Il campo di lavoro, invece, il cosiddetto Treblinka I, continuò le sue attività fino all’estate 1944, quando arrivò l’Armata rossa.

Le vittime

La prima stima sul numero delle vittime di Treblinka venne formulata nel 1960 dal rapporto di un magistrato tedesco della Zentrale Stelle di Ludwigsburg, l’ufficio preposto a istruire i processi per i crimini nazisti. In quella sede, il numero di 700.000 fu indicato come cifra minima prudenziale a fini processuali. La commissione d’inchiesta polacca, nel 1967, arrivò a una stima molto più alta, pari a circa il doppio di quanto ipotizzato dalla magistratura tedesca (1.200.000).

Per decenni, la ricostruzione si è basata quasi esclusivamente sui documenti dei trasporti raccolti dal ferroviere Franciszek Ząbecki, che lavorava presso la stazione di Treblinka operando clandestinamente per la resistenza polacca. Sebbene questi materiali siano tra le pochissime tracce rimaste dopo la distruzione totale del campo operata dai nazisti nel 1943, da soli non permettevano di determinare con esattezza il numero totale.

Una svolta decisiva è avvenuta nel 2000 con la scoperta del cosiddetto Telegramma Höfle: un messaggio radio cifrato, intercettato dall’intelligence britannica e inviato il 31 dicembre 1942 da Hermann Höfle, vice del comandante dell’Aktion Reinhard. Il telegramma elenca il numero di arrivi nei vari centri di sterminio fino a quella data: per Treblinka (identificato con la lettera “T”) viene indicata la cifra di 713.555 vittime già assassinate entro la fine del 1942.

Sulla base di questo documento e dell’incrocio con i dati demografici dei ghetti, gli storici attualmente considerano la stima polacca del dopoguerra troppo alta e quella tedesca del 1960 troppo bassa, attestando l’ipotesi complessiva tra le 800.000 e le 900.000 vittime.

Quanto alla loro identità, la stragrande maggioranza era costituita da ebrei polacchi provenienti dal ghetto di Varsavia e dai distretti di Radom e Białystok. A partire dal dicembre 1942, si aggiunsero trasporti provenienti dal Reich e dai paesi occupati o alleati: Germania, Austria, Francia, Paesi Bassi e i territori della Tracia e della Macedonia allora sotto occupazione bulgara. Alle vittime ebree vanno aggiunte quelle Rom e Sinti, il cui numero esatto rimane estremamente difficile da determinare a causa della mancanza di registri specifici.

I processi

Nel dopoguerra si svolsero diversi processi riguardanti Treblinka. Il primo si svolse nel 1950-51 a Francoforte contro Josef Hirtreiter, accusato di avere lavorato presso il centro di sterminio dell’Aktion T4 ad Hadamar. Nel corso del dibattimento ammise di avere lavorato in un campo presso Małkinia – ovvero Treblinka – dove venivano eliminati gli ebrei con il gas. Hirtreiter fu condannato all’ergastolo.

Nel 1964 si aprì a Düsseldorf il processo del Tribunale regionale contro dieci imputati, tra cui Kurt Franz, che fu condannato all’ergastolo.

Nel 1967 Franz Stangl venne arrestato in Brasile (dove era fuggito nel 1951) e processato dal Tribunale regionale di Düsseldorf, che lo condannò all’ergastolo. Fece ricorso presso la Corte federale di Giustizia e morì in carcere per un attacco cardiaco il 28 giugno 1971, poche ore dopo avere concluso una lunga intervista con Gitta Sereny (Into that Darkness, 1974).

Una vicenda giudiziaria controversa riguarda John (Ivan) Demjanjuk. Negli anni Settanta, negli Stati Uniti, fu accusato da alcuni sopravvissuti di essere “Ivan il Terribile”, una delle guardie più sadiche di Treblinka. Estradato in Israele nel 1986, Demjanjuk fu sottoposto a un processo, con ampia diffusione mediatica, che si concluse nel 1988 con la condanna a morte. Tuttavia, nel 1993, la Corte Suprema d’Israele annullò la sentenza: nuove prove emerse dagli archivi sovietici dopo la caduta del muro di Berlino suggerirono che “Ivan il Terribile” fosse in realtà un’altra persona. Nonostante i giudici israeliani fossero convinti che Demjanjuk avesse comunque servito come guardia nei campi di sterminio (in particolare a Sobibór), lo assolsero per l’imputazione in virtù del ragionevole dubbio, permettendogli di tornare negli Stati Uniti. Questa vicenda, pur non portando a una condanna per i fatti di Treblinka, ha rappresentato un precedente legale fondamentale per il successivo processo di Monaco del 2011, dove l’attenzione si spostò definitivamente sul suo ruolo a Sobibór.

La memoria

Benché i nazisti avessero cancellato le strutture e i documenti relativi a Treblinka, che cosa avveniva nel campo era noto. Nel novembre 1944 Vasilij Grossman, corrispondente di guerra dell’Armata rossa, pubblicò L’inferno di Treblinka sulla rivista «Znamja» (Bandiera), descrivendo – a partire da testimonianze di sopravvissuti e deposizioni di guardie arrestate – sia cosa accadeva nel campo, sia le tracce che vi avevano trovato i sovietici al loro arrivo.
Le tracce dei corpi e degli oggetti che erano appartenuti alle persone uccise continuavano ad affiorare dal terreno sabbioso. Per questo motivo, per diversi anni si svolsero scavi illegali nell’area del campo, in quello che Jan T. Gross ha definito A Golden Harvest, la raccolta del fantomatico oro degli ebrei.
Alla fine degli anni Cinquanta, anche per l’attenzione internazionale attorno al luogo sollevata dalla preparazione dei processi ai perpetratori nazisti in Germania, si rese necessario e urgente fermare questi scavi di profanazione, per dare invece una degna sistemazione al terreno dove si trovavano i resti delle vittime.

La “strada nera” che collega Treblinka II e Treblinka I, lastricata da lavoratori coatti ebrei con ciottoli e matzevoth (lastre tombali) prelevate nel cimitero ebraico di Kosów Lacki / foto: Elena Pirazzoli, 2024
Frammento di matzevah (lastra tombale) nel lastricato della “strada nera”/ foto: Elżbieta Janicka, 2024
Pira simbolica situata sull’asse nord-sud nella parte centrale dell’ex Totenlager. Veduta verso nord / foto: Elżbieta Janicka, 2025

Il monumento

Nel 1955, il Consiglio regionale di Varsavia selezionò il progetto per il monumento disegnato dall’architetto Adam Haupt e dagli scultori Franciszek Duszenko e Franciszek Strynkiewicz, inaugurato nel 1964. Una grande placca venne posta sull’area delle fosse comuni, e su di essa fu realizzato un campo di pietre sbozzate, la cui forma richiama l’immagine di un cimitero ebraico. Delle 17.000 pietre, 700 recano inciso il nome di Shtetlekh – villaggi ebraici, letteralmente “piccole città” in yiddish – e comunità cancellate dallo sterminio.
Al centro di questo campo di pietre, si erge una grande scultura – una sorta di forma archetipica, quasi un dolmen – formata da blocchi di pietre di cui la parte sommitale è decorata da alcune scene scolpite da un lato, e da una menorah dall’altro.

Treblinka, veduta del memoriale / foto: Elena Pirazzoli, 2024
Treblinka, la pietra dedicata ai martiri del ghetto di Versavia / foto: Elena Pirazzoli, 2024
Treblinka, veduta del memoriale / foto: Elena Pirazzoli, 2024

Il museo

Nel 1983 i terreni degli ex campi e della cava di ghiaia sono diventati parte del Muzeum Walki i Męczeństwa w Treblince (Museo della lotta e del martirio di Treblinka), sotto la gestione del Museo regionale di Siedlce. Dal 2018 il museo è diventato istituzione separata, cambiando denominazione in Muzeum di Treblinka. Niemiecki nazistowski obóz zagłady i obóz pracy (1941-1944), ovvero Museo Treblinka. Campo di sterminio e di lavoro forzato della Germania nazista (1941-1944).

Gli scavi archeologici

A partire dal 2007 l’area dell’ex campo è stata interessata da uno scavo archeologico guidato da Caroline Sturdy Colls (poi docente di Holocaust Archaeology and Genocide Investigation presso la University of Huddersfield) nel quadro del progetto «Finding Treblinka: Archaeological Investigations at Treblinka Extermination and Labour Camps». Queste ricerche, svolte secondo il metodo della Forensic Archaeology, hanno permesso di localizzare le fosse comuni, trovare i resti in muratura delle camere a gas e diversi piccoli oggetti appartenuti alle vittime.

Bibliografia

Yitzhak Arad, Belzec, Sobibor, Treblinka: The Operation Reinhard Death Camps, Indiana University Press, Bloomington, 1987.
Przemysław Batorski, «Treblinka must cease to exist». Read the account of the rebellion at the extermination camp on August 2, 1943, Jewish Historical Institute, Warsaw, 2021.
Jan Tomasz Gross e Irena Grudzińska-Gross, A Golden Harvest. Events at the Periphery of the Holocaust, Oxford University Press, New York, 2012.
Vasilij Grossman, L’inferno di Treblinka, Adelphi, Milano, 2010; Ed. orig. in «Znamja», novembre 1944.
Gitta Sereny, In quelle tenebre, Adelphi, Milano, 1975; Ed. orig. Into That Darkness: from Mercy Killing to Mass Murder, McGraw-Hill, New York, St. Louis, San Francisco, 1974.
Frediano Sessi, Oltre Auschwitz. Europa orientale, l’Olocausto rimosso, Marsilio, Venezia, 2024.
Zofia Wóycicka, Arrested Mourning. Memory of the Nazi Camps in Poland, 1944–1950, Peter Lang, Frankfurt am Main, Berlin, Bern, Bruxelles, New York, Oxford, Wien, 2014.

 

Elena Pirazzoli

Ricercatrice indipendente, si occupa di cultura visuale, studi memoriali, difficult heritage e public history. Dottore di ricerca in Storia dell’arte all’Università di Bologna, nel 2024-2025 collabora con il PRIN Conceptualising and Representing the “Other” in the Polish, Ukrainian, Jewish and Yiddish Cultural Fields. Dal 2019 al 2023 è stata Wissenschaftliche Mitarbeiterin presso l’Universität zu Köln nel quadro del progetto “Le stragi nell’Italia occupata 1943-45 nella memoria dei loro autori”. Collabora con Fondazione Villa Emma di Nonantola (MO), Scuola di Pace di Monte Sole (BO), Risiera di San Sabba di Trieste, la rete nazionale degli Istituti storici della Resistenza, Fondazione Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia e la compagnia teatrale Archiviozeta. 

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