La costruzione
Il campo di Majdanek fu istituito per decisione di Heinrich Himmler nel luglio 1941, subito dopo l’attacco nazista all’URSS, inizialmente con la funzione di campo per prigionieri di guerra sovietici, che dovevano essere impiegati come manodopera forzata nelle industrie delle SS per la fabbricazione di equipaggiamenti (Deutsche Ausrüstungswerke) e di abbigliamento (Bekleidungswerke des Waffen SS). La sua denominazione iniziale, infatti, era Kriegsgefangenenlager der SS (campo per prigionieri di guerra); dall’estate 1943 diventò Konzentrationslager Lublin o Lublin-Majdanek, in quanto costruito nel sobborgo Majdan Tatarski.
Il campo di Majdanek era una struttura multifunzionale: fu contemporaneamente campo di concentramento per la repressione politica, campo di lavoro forzato e, a partire dall’ottobre 1942, campo di sterminio dotato di camere a gas (sia monossido di carbonio che Zyklon B).
Fino al giugno 1942, i corpi degli assassinati – per fucilazioni, violenze, esaurimento o malattie – a Majdanek vennero sepolti in fosse comuni (in seguito riesumate e bruciate dai prigionieri del Sondekommando 1005); in quell’estate arrivò un primo impianto crematorio proveniente da Sachsenhausen. Dall’autunno del 1943, nel campo fu costruito il nuovo crematorio, un complesso con cinque forni a coke all’interno di una baracca di legno.

Ruolo nell’Aktion Reinhard
Presso Lublino aveva sede il comando delle SS e della polizia guidato da Odilo Globocnik, commissario per l’istituzione di sedi delle SS e della polizia nei territori orientali appena acquisiti e figura a capo dell’Aktion Reinhard. Di conseguenza, il campo di Majdanek ebbe un ruolo logistico strategico per l’operazione di eliminazione degli ebrei del Governatorato Generale: fu usato come riserva di manodopera coatta e come deposito e centro di smistamento dei beni spogliati alle vittime. Gli abiti e gli oggetti personali dei deportati uccisi a Bełżec, Sobibór e Treblinka venivano portati a Majdanek e nei suoi sottocampi (come Flugplatz, presso l’ex aeroporto), per essere disinfettati (spesso con il gas Zyklon B usato anche per lo sterminio), riparati e poi spediti in Germania. Questo ingente quantitativo di vestiario veniva definito nei documenti ufficiali tramite un eufemismo: materiale risultante da Sonderaktionen, “operazioni speciali”.
Il ruolo di questo campo nell’operazione non fu quindi di sterminio diretto, quanto di sfruttamento economico derivato dall’eliminazione dei proprietari dei beni che qui venivano ammassati e smistati.
L’Aktion Erntefest
Nell’autunno 1943, per timore di una nuova rivolta degli ebrei destinati allo sterminio – dopo quelle del ghetto di Varsavia, di Treblinka e di Sobibór –, Himmler ordinò di eliminare tutti i prigionieri ebrei rimasti nel Governatorato Generale e in particolare nei campi di lavoro del distretto di Lublino, ovvero Majdanek, Poniatowa e Trawniki. Il 3 novembre 1943 nel quadro dell’Aktion Erntefest (operazione festa del raccolto) furono fucilati in un solo giorno 43.000 ebrei (uomini, donne, bambini), di cui 18.000 a Majdanek. Le testimonianze raccontano che per coprire le urla e gli spari, le SS diffusero musica ad alto volume (valzer viennesi) attraverso gli altoparlanti del campo. Questo massacro segnò la fase finale dello sterminio degli ebrei nel Governatorato Generale.
I comandanti
L’organizzazione iniziale fu affidata da Himmler a Odilo Globocnik, comandante delle SS e della polizia del distretto di Lublino, che però non fu mai comandante del campo. In questo ruolo si succedettero Karl Otto Koch, Max Koegel, Hermann Florstedt, Martin Weiß, Arthur Liebehenschel.
Diversi comandanti SS, tra cui Karl Otto Koch e lo stesso Globocnik, furono implicati in abusi, corruzione e altri crimini, indagati dalle stesse SS e allontanati dalle loro posizioni. Di rilievo il caso di Karl Otto Koch, già comandante dei campi di Sachsenburg, Columbia-Haus, Sachsenhausen (dal 1933 al 1937), poi di Buchenwald (dal 1937 al 1941) e infine di Majdanek (dal 1941 al 1942). Accusato di corruzione e frode (per appropriazione indebita di ingenti beni appartenenti ai detenuti), omicidio e negligenza (in seguito alla fuga di 86 prigionieri sovietici da Majdanek) e di condotta immorale, fu processato da un tribunale speciale delle SS e condannato a morte con l’accusa di aver recato disonore al corpo militare. La sentenza fu eseguita tramite fucilazione il 5 aprile 1945 a Buchenwald, subito prima della liberazione da parte degli Alleati.
La liberazione
Nel marzo 1944, di fronte all’avanzata sovietica, iniziò l’evacuazione del campo, con trasporti e marce verso altri campi (tra cui Auschwitz, Gross-Rosen e Mauthausen).
Il 23 luglio 1944 Majdanek fu il primo campo a essere liberato dall’Armata Rossa. A causa della rapida avanzata sovietica, le SS riuscirono solo a dare fuoco al nuovo crematorio e alla documentazione, ma non a distruggere completamente le prove dei loro crimini, lasciando intatte le camere a gas e la maggior parte delle baracche dei prigionieri. Nel campo si trovavano un migliaio di prigionieri di guerra sovietici malati, che non era stato possibile evacuare con le marce forzate.
Inoltre, i sovietici trovarono magazzini contenenti centinaia di migliaia di paia di scarpe, abiti e altri oggetti personali, a testimonianza della dimensione industriale del saccheggio nel quadro dello sterminio.
Fu immediatamente creata una Commissione polacco-sovietica per l’indagine sui crimini tedeschi commessi a Majdanek, che autorizzò l’ingresso di giornalisti occidentali. La rivista Life, tra le altre, il 28 agosto 1944 pubblicò un articolo fotografico a tutta pagina dedicato a una cerimonia commemorativa tenutasi il 6 agosto a Lublino: “Lublin Funeral: Russians honor Jews whom Nazis gassed and cremated in mass” (Funerale a Lublino. I russi onorano gli ebrei gassati e bruciati in massa dai nazisti).
Le vittime
Presso Majdanek furono uccise – per esecuzioni, violenze, annientamento tramite il lavoro, malattie, denutrizione – circa 78.000 persone, di cui 60.000 ebrei. Le stime iniziali erano molto più alte (fino a centinaia di migliaia), ma analisi storiche successive hanno corretto i dati basandosi su documenti, testimonianze e ricerche scientifiche.
I processi
Rispetto ai crimini commessi a Majdanek sono stati istruiti diversi processi, tra il 1944 e il 1981, in Polonia e in Germania, riflettendo i cambiamenti politici e di impostazione giuridica.
La Commissione polacco-sovietica incaricata delle indagini sui crimini nazisti avviò un primo processo che si tenne a Lublino nell’autunno 1944 nei confronti di quattro membri delle SS e due kapò, condannati a morte e giustiziati nel novembre 1944.
Nel 1946, sempre a Lublino, si tenne il processo nei confronti di 95 SS. Dopo due anni di dibattimenti, nel 1948 sette imputati – tra cui l’ausiliaria SS Else Ehrich, sorvegliante-capo del campo femminile – furono condannati a morte; agli altri furono comminate pene detentive.
Tra il 1975 e il 1981, sedici SS – uomini e donne del personale del campo – furono giudicate dal Tribunale di Düsseldorf: il processo (tra i più lunghi della storia giudiziaria tedesca con 474 udienze; 350 testimoni di cui più di 200 sopravvissuti) si concluse con una condanna all’ergastolo, cinque assoluzioni, alcune pene detentive tra i 3 e i 12 anni. Alcuni imputati non furono considerati giudicabili per motivi di salute. Il problema maggiore fu la mancanza di prove, poiché molti testimoni, dopo più di trent’anni, non potevano identificare con certezza le persone che avevano davanti. Le sentenze, giudicate troppo miti, scatenarono un acceso dibattito pubblico nella Germania federale. Inoltre, diversi avvocati difensori erano vicini a organizzazioni neonaziste.


Il museo e il memoriale
Già nel novembre 1944, nell’area dell’ex campo, fu istituito il Museo Statale di Majdanek, il primo a essere realizzato in un ex campo di concentramento e sterminio. La conservazione delle strutture esistenti, tuttavia, fu ostacolata dalle necessità di riuso delle baracche per ospitare soldati sovietici e da parte della popolazione locale, che considerava questi resti come materiali abbandonati. Con il tempo si procedette a perimetrare il campo e restaurare (o ricostruire) le baracche, creando a volte dei problemi nella percezione odierna di quanto risalga effettivamente al periodo del campo.
Ma il primo monumento all’interno di Majdanek venne realizzato mentre il campo era in attività: le SS imponevano ai prigionieri di realizzare sculture per “abbellire” le baracche, in particolare all’artista polacco Albin Boniecki, imprigionato come politico. In questo contesto nella primavera del 1943 fu realizzata una colonna sormontata da tre aquile, alla cui base alcuni prigionieri seppellirono di nascosto ceneri prelevate nel crematorio. Distrutta dopo la guerra, una sua copia è stata ricostruita per volontà di Boniecki e si trova nel campo.
Nel 1969 è stato inaugurato un complesso monumentale progettato da Wiktor Tołkin, che si articola in un percorso che attraversa l’interezza del campo, dal Monumento-Porta fino al Mausoleo, dove una cupola protegge un tumulo contenente le ceneri delle vittime.
Dagli anni 2000 dal Museo Statale di Majdanek dipendono anche i due nuovi musei memoriali di Bełżec e Sobibór.

