Polonizzare Treblinka

Parte I: Allora

Il campo di sterminio di Treblinka è il più grande cimitero ebraico al mondo, dopo Auschwitz. È qui, in un piccolo spazio celato nelle foreste della Polonia orientale, che i tedeschi uccisero quasi 900.000 ebrei. Le vittime provenienti da tutta la Polonia e da altri Paesi europei occupati venivano portate in treno fin qui, in questa remota regione, denominata Podlasie. In alcuni trasporti erano stipate 10.000 persone e più. I treni stazionavano per ore, a volte per giorni, alla stazione ferroviaria di Treblinka, prima che i vagoni pieni di carico umano venissero trasportati nel vicino campo. Le condizioni nei vagoni erano indescrivibili, in ognuno di essi erano stipate almeno 150 persone agonizzanti per le ferite, per il caldo, per la sete. Tra il luglio 1942 e l’agosto 1943, questa piccola stazione ferroviaria divenne una vera e propria anticamera dell’inferno. Dei 900.000 ebrei portati qui, poco meno di un centinaio sopravvisse alla guerra. Alcuni riuscirono a lasciare una testimonianza del loro passaggio.
Jankiel Wiernik fu catturato in una retata il 23 agosto 1942, durante la liquidazione del ghetto di Varsavia, e trasportato alla stazione ferroviaria di Treblinka il giorno successivo. La sua testimonianza, una delle prime pubblicate, venne stampata ancora durante la guerra, nel 1944, dopo la sua fortunata fuga dal campo:

Il treno arrivò al mattino e arrivammo alla stazione ferroviaria di Treblinka. La giornata era torrida. Si soffocava. Avevamo molta sete. Guardai fuori dal finestrino. Gli abitanti del villaggio portavano dell’acqua, e chiedevano cento złoty per una bottiglia. Non avevo soldi, solo 10 złoty, e delle monete d’argento da 2, 5, 10 złoty, con l’immagine del Maresciallo, che tenevo come ricordo. Così ho dovuto rinunciare all’acqua. C’erano altri che la compravano.

Eddie Weinstein, della cittadina di Łosice, arrivò alla stazione di Treblinka il 25 agosto 1942, il giorno dopo Wiernik. Ha descritto la situazione sulla rampa con le seguenti parole:

Morivamo di sete e non sapevamo cosa ne sarebbe stato di noi. Eppure, anche in queste condizioni il denaro, e ancor più i gioielli, continuavano a essere preziosi. I polacchi che lavoravano alla stazione andarono dalla SS a chiedere il permesso di distribuire dell’acqua agli assetati. Il soldato acconsentì. Così portarono dei secchi d’acqua vicino ai vagoni e riempirono le bottiglie che i passeggeri mettevano loro in mano. E si facevano pagare cifre esorbitanti. A quanto pare, consideravano il denaro polacco privo di valore e accettavano solo valuta forte e gioielli, come fedi nuziali, anelli e spille. Se non ne avevi era impossibile avere dell’acqua. Questi polacchi “misericordiosi” hanno certamente condiviso il loro profitto con i soldati. Qualcuno del nostro vagone diede loro alcune monete d’oro, per le quali ricevemmo un vero tesoro: un piccolo secchio d’acqua.

Abram Jakub Krzepicki si trovò alla stazione ferroviaria di Treblinka il 26 agosto 1942, il giorno dopo Eddie Weinstein. Alla fine, riuscì a fuggire da Treblinka e a tornare al ghetto di Varsavia, dove scrisse una relazione:

Nel vagone le cose andavano sempre peggio. Acqua! Imploravamo i ferrovieri dal finestrino. Volevamo dargli in cambio un sacco di soldi. Era terribile. Non avevamo soldi quanto avevamo bisogno di acqua. Pagavamo 500 e 1000 złoty per un po’ d’acqua. Il denaro veniva preso dai ferrovieri e dagli Shaulisi [membri di un’organizzazione paramilitare lituana che collaborò con i nazisti – J.G.]. Chi non l’ha vissuto in prima persona non ci crederà […] ho pagato 500 złoty (più della metà di quello che possedevo) e ho ricevuto una brocchetta d’acqua, circa mezzo litro. Quando ho iniziato a bere, una donna mi ha aggredito urlando che il suo bambino era svenuto. Io bevevo e non riuscivo a smettere. La donna mi ha affondato i denti sulla mano con tutta la sua forza. Voleva costringermi a smettere di bere e a lasciare un po’ d’acqua…

Ci sono altre testimonianze dalla stazione ferroviaria di Treblinka, ma tutte concordano sul fatto che per i ferrovieri locali l’accesso ai treni della morte fosse un vero e proprio El Dorado, una mitica città d’oro in questo remoto angolo della Polonia. Un’avidità omicida aveva invaso tutta la zona. Samuel Rajzman, fuggito da Treblinka dopo la rivolta ebraica nel campo di sterminio dell’agosto 1943, ha scritto

I contadini della zona di Treblinka erano generalmente molto ostili verso gliagli ebrei. Consegnavano, acchiappavano i bambini e, come bestiame alla cavezza, li portavano a Treblinka, fino alla morte. Per questo ricevevano forse 1/4 di kg di zucchero, forse niente. I villaggi intorno a Treblinka oggi sono pieni di tesori d’oro sottratti agli ebrei.

Richard Glazar, un altro ebreo fuggito da Treblinka, ha scritto nel suo diario:

Tutta la zona in lungo e in largo vive sfruttando questo grande mattatoio che trasuda denaro. A tutti importa che Treblinka continui a esistere lasciando il suo prezioso sottoprodotto: soldi, oro, diamanti.

Questa era Treblinka nel 1942 e nel 1943.

Parte II: Oggi

Magdalena Gawin, viceministro della Cultura e del Patrimonio Nazionale, arrivò a alla stazione di Treblinka il 25 novembre 2021, ottant’anni dopo Wiernik, Rajzman, Krzepicki, Weinstein e altri 900.000 ebrei. Era accompagnata da funzionari, giornalisti e personale dell’Istituto Pilecki, responsabile dell’evento, da quattro sacerdoti cattolici e dal rabbino Yehoshua Ellis, una presenza ebraica simbolica ma indispensabile. Il ministro ha condiviso un messaggio ottimistico di speranza. Gli ebrei non sono morti da soli, ha detto. “Questo luogo – ha dichiarato – è così particolare, così segnato dalla sofferenza di migliaia di innocenti, che dobbiamo tutti lavorare per far sì che da questa disgrazia, dal sacrificio di un ragazzo, nasca il bene”.
Quel “ragazzo” era Jan Maletka, ferroviere polacco di un villaggio vicino, che – secondo il personale dell’Istituto Pilecki – venne fucilato dai tedeschi alla stazione di Treblinka per aver dato da bere agli ebrei agonizzanti. Il punto chiave, sostengono quelli dell’Istituto, è che Maletka agì per bontà d’animo. Benché non sussistano dubbi sul fatto che Maletka sia stato fucilato alla stazione il 20 agosto 1942, non esiste uno straccio di prova storica attendibile che questo giovane ferroviere abbia cercato di aiutare gli ebrei per motivi altruistici. Ci sono invece dichiarazioni schiaccianti di sopravvissuti ebrei che affermano che l’acqua sulla piattaforma ferroviaria di Treblinka non venisse data ma venduta agli ebrei, e a prezzi scandalosi.
Per commemorare la sofferenza e il sacrificio polacchi, Magdalena Gawin ha inaugurato un monumento con un’iscrizione in polacco e in inglese che recita: “Alla memoria di Jan Maletka, assassinato dai tedeschi il 20 agosto 1942 per aver aiutato gli ebrei. Alla memoria degli ebrei uccisi nel campo di sterminio nazista di Treblinka”. E dunque un monumento dedicato al ferroviere Jan Maletka e a 900.000 ebrei anonimi si trova adesso nell’ex stazione ferroviaria di Treblinka, e probabilmente vi rimarrà per sempre. Così, fra rituali religiosi e secolari, alla presenza di sacerdoti cattolici e di un rabbino, uno degli ultimi luoghi dedicati esclusivamente alla memoria della sofferenza e della tragedia ebraica è stato appropriato da funzionari polacchi per celebrare il martirologio polacco.
L’inaugurazione del monumento di Maletka a Treblinka è stata l’impresa più sfacciata e oltraggiosa – dato il luogo – dell’Istituto Pilecki, ma non la prima. L’Istituto ha inaugurato dieci monumenti simili nelle immediate vicinanze del campo, circondando Treblinka con una sorta di “cordone sanitario” di virtù e di sacrifici polacchi, presunti o reali. I monumenti onorano i polacchi che hanno dato la vita per salvare gli ebrei. Alcuni di questi atti sono stati documentati dagli storici, altri dal personale dell’Istituto Pilecki. Tutti esemplificano una lotta per la memoria sine captivis. Una lotta in cui il bottino spetta ai vivi e in cui nemmeno ai morti viene concessa la grazia.
[…]
Tuttavia, i monumenti eretti dai propagandisti dell’Istituto Pilecki non bastano da soli ad appropriarsi di Treblinka ai fini della mitologia nazionale polacca. L’offensiva della memoria polacca si basa su Treblinka I. Pochi sanno che a Treblinka c’erano due campi. Il primo, Treblinka I, aperto nel 1941, era un campo di lavoro che utilizzava prigionieri ebrei e polacchi per lavorare in una cava di ghiaia. Era un campo con un regime brutale e, secondo statistiche imprecise, delle 20.000 persone che passarono per Treblinka I, almeno 10.000 morirono, la maggior parte delle quali erano ebrei. Il campo di lavoro fu chiuso a metà del 1944, poco prima dell’arrivo dell’Armata Rossa. Nella primavera del 1942, a due chilometri di distanza, i tedeschi iniziarono a costruire Treblinka II, il famigerato campo di sterminio. Il primo trasporto di ebrei dal ghetto di Varsavia, che venivano gassati all’arrivo, vi giunse il 23 luglio 1942.
I prigionieri polacchi di Treblinka I erano di solito contadini locali arrestati per non aver rispettato la consegna delle quote di carne, segale o grano, accusati di commercio al mercato nero o di altre violazioni delle norme di guerra. I polacchi venivano solitamente condannati a un periodo fisso di lavori forzati e rilasciati al termine della pena. Le condizioni di lavoro erano terribili e i supervisori crudeli. Sebbene molti prigionieri polacchi siano morti a Treblinka I (circa trecento, secondo dati abbastanza precisi), la loro situazione era incomparabilmente migliore di quella delle migliaia di schiavi ebrei mandati lì, senza eccezione, a morire. Uno storico locale ha lasciato la descrizione di un’esecuzione di massa a Treblinka I, poco prima che il campo fosse chiuso nell’estate del 1944:

I prigionieri polacchi furono rinchiusi in baracche e le SS e le guardie circondarono l’area dove erano tenuti gli ebrei. Fu ordinato loro di uscire dalle baracche e di sdraiarsi a terra, a faccia in giù. Nella parte ebraica del campo c’erano allora trecentocinquanta persone, tra cui donne e bambini. I tedeschi ne separarono diciassette specialisti particolarmente utili. Gli altri ebrei furono condotti dalle guardie a piccoli gruppi nella foresta e fucilati.

Oggi, sul luogo dell’esecuzione c’è un campo di croci che commemorano le vittime polacche del campo – secondo l’ultimo conteggio, 296. La stragrande maggioranza delle vittime di Treblinka I erano ebrei, tra cui centinaia di bambini e adolescenti, catturati nella primavera del 1942 fuori dal ghetto di Varsavia senza fascia al braccio. Ma oggi nessuno lo ricorda.
Sulla scrivania di fronte a me si trova un libro pubblicato nel 2022, intitolato Storia di luoghi tristi, ovvero del campo di lavoro penale di Treblinka I, destinato alle scolaresche polacche in visita al campo. In tutto il testo, la parola “ebreo” non compare nemmeno una volta. I prigionieri e le vittime sono tutti polacchi etnici: “tra i prigionieri c’erano soprattutto ferrovieri, falegnami, medici, sarti, muratori”, si legge. Solo polacchi, come si evince dai nomi. Qui devo correggermi: la parola “ebreo” compare una volta, nel glossario. Dal glossario i bambini impareranno che “gli ebrei sono un gruppo di persone che ora hanno un proprio Paese, che si chiama Israele. Utilizzano la lingua ebraica e la loro religione si chiama ebraismo”. In contrasto con la voce sui rom e i sinti, “un popolo che non ha un proprio Paese, ma una propria lingua e propri costumi. Durante la guerra, i nazisti tedeschi li hanno privati dei loro diritti e li hanno deportati in campi di sterminio, come Treblinka II”. Gli ebrei, a differenza di sinti e rom, non sono un popolo e il fatto che siano in qualche modo collegati a un luogo chiamato Treblinka è considerato dagli autori del tutto irrilevante.
Da Storia di luoghi tristi, i bambini polacchi impareranno che Treblinka è un luogo di sofferenza per i polacchi e che tutti i prigionieri e le vittime erano polacchi. Non verranno a sapere nulla sulle migliaia di ebrei morti nel campo. Responsabile della verifica del contenuto di questa intrigante pubblicazione è Edward Kopówka, direttore del Museo statale di Treblinka. Il libro è stato finanziato dalla fondazione tedesca Der Trägerkreis Schoah-Gedenkstätten di Bielefeld, che sostiene la costruzione di monumenti legati alla Shoah in Polonia. Si può solo sperare che i filantropi tedeschi non sapessero che il loro denaro contribuiva a sostenere la narrativa del negazionismo dell’Olocausto.
In questo modo Treblinka I, completamente polonizzata, si è trasformata in contrappeso alla “ebraica” Treblinka II. Il campo di lavoro e i terreni adiacenti, disseminati da sequele di croci e adibiti a riti cattolici, sono spesso definiti in Polonia “la nostra Treblinka”. Uno degli scopi della falsificazione della storia dell’Olocausto è quello di elevare la sofferenza polacca al livello di quella ebraica. Mescolare le narrazioni di Treblinka I e Treblinka II, adulterandone i nomi per i propri scopi, è un passo importante in questa direzione. Come ci si poteva aspettare, il nome completo del museo locale ora recita “Museo di Treblinka. Campo di sterminio e di lavoro nazista tedesco (1941-1944)”, e le medaglie che vi vengono assegnate mettono sullo stesso piano il significato di entrambi i campi. Il campo di sterminio di Treblinka, circondato da monumenti alla virtù polacca eretti dalla gente dell’Istituto Pilecki, è diventato un luogo in cui de-giudaizzazione dell’Olocausto e invidia dell’Olocausto si uniscono nella marcia trionfale della distorsione e del travisamento della storia della Shoah.

Testo tratto da Wybielanie: Polska wobec Zagłady Żydów, [trad. it. L’immagine intonacata: la Polonia e lo sterminio degli ebrei], Kraków, Vis à Vis Etiuda, 2024, pp. 51-58
Per cortese concessione dell’autore. Traduzione dal polacco di Laura Quercioli.

Jan Grabowski

Professore di storia presso l’Università di Ottawa, Canada, si occupa in particolare dello sterminio nazista degli ebrei in Polonia e delle relazioni tra ebrei e polacchi tra il 1939 e il 1945. È autore di diverse monografie, tra cui Hunt for the Jews. Betrayal and Murder in German-Occupied Poland (Indiana University Press, Bloomington & Indianapolis, 2013) che ha vinto lo Yad Vashem International Book Prize nel 2014.

 

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