Negazionismo alla polacca: il caso di Treblinka

Treblinka fu il più grande campo di sterminio nazista tedesco per ebrei dopo Auschwitz-Birkenau, luogo di uccisione e di ultima dimora per quasi un milione di vittime ebree, provenienti soprattutto dalla Polonia, ma anche da molti altri Paesi europei occupati dai tedeschi.
Il Museo di Treblinka si estende sull’area che comprendeva l’ex stazione ferroviaria del villaggio di Treblinka, il campo di sterminio nazista Treblinka II (1942-1943), il campo di lavoro coatto Treblinka I (1941-1944), la “strada nera” che collegava i due campi, oltre alla cava di ghiaia e al sito delle esecuzioni adiacente al campo di lavoro.
In Polonia, il negazionismo della Shoah nel senso “transatlantico” del termine non esiste. Nessuno nega che la Shoah sia stata un crimine tedesco, nazista, contro gli ebrei dell’Europa occupata. Il negazionismo alla polacca significa invece ignorare la realtà polacca della Shoah e rifiutare di riconoscere il posto e il ruolo dei polacchi nella struttura del crimine.

La stazione ferroviaria

Memoriale della stazione di Treblinka / Elżbieta Janicka, 2024
Memoriale della stazione di Treblinka / Elżbieta Janicka, 2024
Memoriale della stazione di Treblinka, lapide per Jan Maletka / Elżbieta Janicka, 2024
Memoriale per Jan Maletka, dettaglio della lapide / Elżbieta Janicka, 2024

Il saccheggio degli ebrei, vivi e morti, non iniziò a Treblinka e non terminò lì. Il carattere sistemico e il contesto europeo di questo fenomeno sono stati analizzati da Jan Gross, insieme a Irena Grudzińska-Gross, nel libro Golden Harvest (2012). Tuttavia, se restringiamo lo sguardo alla costellazione dei campi, l’Eldorado di Treblinka iniziava già a qualche chilometro dal campo di sterminio, presso la stazione ferroviaria, che serviva contemporaneamente il traffico regolare di treni passeggeri e merci. […]
Szymon Frajermauer, sopravvissuto in Unione Sovietica e che alla fine degli anni Cinquanta visitò Treblinka, luogo di esecuzione degli ebrei della sua natia Częstochowa, raccontava di coloro che “facevano piazza pulita” e “si facevano un bottino”:

Perché quando qualcuno, in quei vagoni, voleva un bicchiere d’acqua o un po’ di brodaglia da bere, loro pretendevano un diamante, e quando vedevano dell’oro non lo volevano, lo volevano con un diamante, per mezzo bicchiere d’acqua.

USC Shoah Foundation 42584, Szymon Orłowski [Frajermauer], intervistato da Zofia Zaks, 7 gennaio 1998)

Anche Henryk Gawkowski – il cui volto è noto in tutto il mondo grazie al poster del film Shoah di Claude Lanzmann – conferma questa situazione. Era uno dei ferrovieri polacchi dell’Ostbahn, ovvero coloro che gestivano i convogli fra l’Umschlagplatz di Varsavia, la stazione di Białystok Poleski e Treblinka, trasportando gli ebrei verso il campo di sterminio. A Lanzmann raccontò delle folle di polacchi che assediavano i treni alla stazione del villaggio di Treblinka: “Tutti correvano dietro all’oro”. Le testimonianze di polacchi ed ebrei concordano su questo punto.
I trasporti erano circondati così strettamente che i sorveglianti ucraini e baltici – talvolta anche poliziotti polacchi – dovevano sparare per spaventare la folla e aprirsi un varco, in modo che un altro gruppo di vagoni potesse dirigersi verso il campo di sterminio. I colpi venivano sparati in aria, ma soprattutto, quasi costantemente, contro gli ebrei. […]
Gli ebrei morivano a decine: “Durante la giornata, i cadaveri venivano raccolti alla stazione, caricati su diversi carri ferroviari e trasportati al campo di sterminio” (Królikowski 1961). Durante il periodo di funzionamento del campo – un anno e mezzo – e del saccheggio e degli omicidi sistematici degli ebrei alla stazione di Treblinka, un solo polacco fra i tanti che accorrevano qui anche da zone lontane rimase ucciso. […]

Orgoglio nella vergogna

L’uomo si misura dalla grandezza del suo cuore– Giovanni Paolo II
In memoria di Jan Maletka, ucciso dai tedeschi il 20 agosto 1942 per aver aiutato gli ebrei. In memoria degli ebrei assassinati nel campo di sterminio nazista tedesco di Treblinka.”
Questo è il testo inciso su una lapide inaugurata nel novembre 2021 presso l’ex stazione ferroviaria di Treblinka. […] Il monumento è firmato dall’Istituto Pilecki. […]
Jan Grabowski ha scritto un articolo sul tema, intitolato Monumento della virtù polacca, ovvero lo scandalo di Treblinka, pubblicato su Gazeta Wyborcza e successivamente sul New York Times. Anche Haaretz se ne è occupato. L’Istituto Witold Pilecki per la Solidarietà e il Valore è oggetto di battute e sarcasmo alle conferenze internazionali di studiosi della Shoah. Ma il monumento alla stazione di Treblinka è ancora lì.
Il negazionismo alla polacca non consiste dunque solo nella negazione dei fatti, ma anche nella creazione di “fatti alternativi”. […] Alla stazione di Treblinka, l’Istituto Pilecki ha prodotto un “fatto alternativo” attribuendo a un “vecchio fatto” un significato opposto a quello originario. Questo tipo di effetto speciale è stato definito da Lew Rubinstein “orgoglio nella vergogna”. […]

Treblinka II

Monumento facente parte del complesso spaziale di Franciszek Duszeńko, Adam Haupt e Franciszek Strynkiewicz (1955-1964). Veduta dal lato dell’ex rampa ferroviaria e della zona di accoglienza nel campo di sterminio Treblinka II / foto: Elżbieta Janicka, 2019
Commemorazione del tracciato dell’ex raccordo ferroviario secondo il progetto di Franciszek Duszeńko, Adam Haupt e Franciszek Strynkiewicz (1955 – 1964). Il raccordo proseguiva più a sud verso il campo di lavoro Treblinka I. A sinistra, verso il campo di sterminio Treblinka II, si staccava un ulteriore raccordo. Il suo percorso è simboleggiato dai blocchi di cemento che svoltano a sinistra. I massi verticali corrispondono al confine occidentale del campo di sterminio / foto: Elżbieta Janicka, 2022
Pietra che suggerisce che gli ebrei di Jedwabne siano stati assassinati dai criminali nazisti a Treblinka II. Materializzazione del negazionismo alla polacca, ovvero la cosiddetta “menzogna di Jedwabne”, che consiste nella negazione della complicità polacca nella Shoah. In realtà, gli ebrei di Jedwabne furono sterminati dagli abitanti polacchi di Jedwabne, senza la partecipazione dei nazisti, il 10 luglio 1941, oltre un anno prima dell’apertura di Treblinka II. La pietra negazionista di Jedwabne è opera della direzione del Museo di Treblinka nominata nel 1996 / foto: Elżbieta Janicka, 2020

Inaugurato nel 1964, il progetto scultoreo e spaziale per Treblinka, firmato da Adam Haupt, Franciszek Duszeńko e Franciszek Strynkiewicz (vincitore del concorso bandito nel 1955 dal Ministero della Cultura e dell’Arte), è una delle opere più straordinarie della storia dell’arte mondiale.
Il punto di partenza era la volontà di porre fine allo sfruttamento sistematico e strutturale dei resti degli ebrei polacchi da parte dei cristiani polacchi, alla ricerca dell’“oro ebraico” generato dal fantasma antisemita. Nella prima metà degli anni Sessanta, l’area del campo venne ricoperta di cemento, sul quale furono posate grandi pietre: alcune recavano incisi i nomi delle comunità ebraiche annientate a Treblinka.
[…] Oggi, però, a Treblinka ci aspetta una sorpresa: una pietra con la scritta Jedwabne. Il “business polacco” a Treblinka – questa volta simbolico – non si ferma all’ex stazione ferroviaria.

La menzogna di Jedwabne

Il 10 luglio 1941, quando i tedeschi non avevano ancora neppure immaginato Treblinka, tutti gli ebrei che i polacchi riuscirono a catturare nel villaggio di Jedwabne furono sottoposti, per un’intera giornata, a torture nella piazza del mercato, ai piedi della chiesa locale – oggi piazza Giovanni Paolo II – per poi essere spinti in un fienile e bruciati vivi. Uomini, donne, bambini. Alcuni morirono massacrati a bastonate dai loro vicini polacchi nel cimitero ebraico, altri tentando di nascondersi o scappare. E questo senza contare le vittime del pogrom prolungato che era iniziato a Jedwabne già alla fine di giugno 1941, subito dopo il passaggio della Wehrmacht.
Il destino degli ebrei di Jedwabne, riportato già nel 1945 da Szmul Wasersztejn e descritto dallo storico Szymon Datner nel 1946, divenne di dominio pubblico solo nel 2000, grazie all’uscita del documentario Sąsiedzi(“vicini”) di Agnieszka Arnold e alla successiva discussione nazionale sul libro omonimo di Jan Tomasz Gross (Neighbors, 2002). Da quel momento si fa risalire la nascita di una nuova scuola polacca di studi sulla Shoah.
Jedwabne si rivelò un crimine paradigmatico e divenne simbolo dei fenomeni e dei processi che costituiscono il contesto polacco della Shoah. Per questo motivo, il negazionismo alla polacca, per analogia con la “menzogna di Auschwitz”, viene chiamato “menzogna di Jedwabne”.
La pietra con l’iscrizione Jedwabne a Treblinka – che ci assicura che la comunità ebraica di Jedwabne sia stata uccisa lì dai tedeschi – è, in questo senso, una menzogna di Jedwabne par excellence.

Treblinka I

I polacchi venivano generalmente imprigionati a Treblinka I per un periodo determinato, che variava da una o due settimane a qualche mese, il più delle volte “per il contingente”, cioè per non aver rispettato le forniture obbligatorie imposte dai tedeschi. Dopo aver scontato la pena, ricevevano un certificato che potevano mostrare in caso di bisogno.
Alcuni polacchi erano impiegati a pagamento nel campo di Treblinka I e vi si recavano come a un normale posto di lavoro. Questo permetteva loro di guadagnare denaro extra attraverso il commercio illegale con i prigionieri ebrei e come intermediari tra i prigionieri polacchi e l’esterno. […]
La liquidazione del campo seguì regole diverse per ebrei e polacchi. Tra 500 e 700 ebrei furono fucilati. Durante quell’operazione, i prigionieri polacchi furono rinchiusi nelle baracche e successivamente rilasciati. Capitava che dei prigionieri polacchi morissero o venissero uccisi, ma quasi tutti i prigionieri ebrei furono assassinati.
I nomi della maggior parte delle vittime polacche di Treblinka I sono conosciuti: sono stati registrati nei censimenti del dopoguerra, pianti dalle famiglie e ricordati individualmente sulle tombe nei cimiteri locali.
Le vittime ebree erano, sono e resteranno anonime. Lo stesso vale per le vittime rom. In totale, le vittime polacche furono circa 300, mentre il numero complessivo delle vittime di Treblinka I è stimato in 10.000-12.000, secondo la commissione dell’Armata Rossa che esaminò le fosse comuni nell’agosto 1944.

La cava di ghiaia. Veduta verso sud dal punto in cui arrivava il binario del raccordo ferroviario. Sulla destra, la rampa di carico / foto: Elżbieta Janicka, 2023
Il blocco di arenaria rossa è il monumento originale a tutte le vittime di Treblinka I, parte del complesso spaziale di Franciszek Duszeńko, Adam Haupt e Franciszek Strynkiewicz (1955 [1964]). Parte del monumento è l’iscrizione ai suoi piedi: “In omaggio ai trucidati”. La croce centrale e le croci individuali, che commemorano circa trecento vittime cattoliche polacche di Treblinka, sono state installate in questo luogo dalla direzione del Museo di Treblinka dopo il 1989, cancellando l’identità ebraica della stragrande maggioranza delle vittime di Treblinka I / foto: Elżbieta Janicka, 2024
Ingresso all’area del complesso del campo. Stele di cemento dal progetto di Franciszek Duszeńko, Adam Haupt e Franciszek Strynkiewicz (1955 [1964]) e un crocifisso che reca la data del 25 aprile 2024. Il crocifisso viola l’impianto spaziale originale e cristianizza lo spazio della Shoah. Data la narrazione della Crocifissione come causa primaria dell’antisemitismo, essa è anche un segno di trionfo sugli ebrei. In primo piano, la strada di cemento costruita dagli schiavi ebrei prima dell’attacco del Terzo Reich all’URSS (22 giugno 1941) / foto: Elżbieta Janicka, 2024

Dalla simmetria alla priorità

Avvicinandosi al campo di lavoro coatto Treblinka I, si viene accolti da un cartello in tre lingue: “Droga Krzyżowa. Via Crucis. Way of the Cross”. Le croci che segnano le Stazioni della Via Crucis conducono da lì al luogo delle esecuzioni del campo, suggerendo che si stia entrando in una sorta di Golgota. E infatti, questo luogo di esecuzione, dove furono uccise prevalentemente vittime ebree, è modellato come un Golgota cristiano. Nel 2015, le croci erano 140; oggi sono 296. E non è escluso che possano aumentare. Ogni croce è una commemorazione individuale e personale di una vittima cattolica. C’è anche un tumulo per la memoria di un “ignoto”. Anch’esso, ovviamente, con una croce.
L’idea di un trionfo cristiano sul corpo ebraico morto risale almeno alle Crociate. Nella Polonia del dopoguerra, è stata rilanciata da Giovanni Paolo II, che nel 1979 celebrò una messa sulla rampa di Birkenau, davanti a una grande croce sulla quale, secondo la messa in scena liturgica, era morto il Cristo delle Nazioni polacco. Dopo quella violazione simbolica, in uno degli edifici di Birkenau fu installata una chiesa cattolica e gli scout polacchi piantarono simboli religiosi nel campo delle ceneri ebraiche. In breve, iniziò una crociata polacca: dapprima per affermare una simmetria fra destini polacchi ed ebraici, e in seguito per rivendicare una priorità polacca nella martirologia.
Lo scandalo internazionale attorno agli ex campi di Auschwitz I e Auschwitz II-Birkenau durò anni, e le sue cause sono state solo parzialmente rimosse. (La chiesa della Madre di Dio Regina di Polonia a Birkenau è ancora operativa).
La letteratura scientifica su questo tema è in continua crescita (cfr. Huener 2003, Zubrzycki 2006, Forecki 2010). Il Museo di Treblinka agisce invece secondo il “metodo del fatto compiuto”, confidando nell’irreversibilità delle trasformazioni, anche in caso di scandalo internazionale. Soprattutto, però, non teme alcuna accusa di responsabilità in Polonia.

Eldorado Treblinka

Qui nulla è cominciato con la svolta autoritaria della Polonia nel 2015, perché qui non era mai finito nulla. […] Oggi, a Treblinka, assistiamo a una continuità: proseguono le pratiche polacche di saccheggio, questa volta in forma simbolica. Il “capitalizzare sugli ebrei” continua. E, come in passato, l’Eldorado di Treblinka comincia alla stazione ferroviaria. […]
Lo Stato polacco, indipendentemente dall’orientamento politico di chi governa, ha finora scelto di impiegare enormi energie e risorse per contrastare i fatti e promuovere l’antisemitismo, mentre le stesse forze e risorse avrebbero potuto essere destinate a diffondere la conoscenza della Shoah e a combattere l’antisemitismo, ad esempio segnalando le fosse comuni delle vittime della “caccia agli ebrei”, sia nei dintorni di Treblinka che in tutta la Polonia. 

Nel frattempo, come in passato, l’Eldorado di Treblinka continua a funzionare a pieno ritmo. Non è detto che debba essere così. Ma per cambiare le cose, dobbiamo cambiarle.

 

 

Elżbieta Janicka

Docente universitaria, fotografa e saggista. Laureata all’Université Paris VII Denis Diderot (1994) e alla Scuola Nazionale Superiore di Cinema, Televisione e Teatro di Łódź (1998). Ha conseguito il dottorato (2004) e l’abilitazione (2021) presso l’Università di Varsavia. La sua pratica scientifica e artistica è dedicata alle questioni dell’antisemitismo e della Shoah. Come fotografa, Janicka attinge da un tipo caratteristico di concettualismo rappresentato, ad esempio, dal Warsztat Formy Filmowej (Laboratorio della forma cinematografica), creato alla scuola del Cinema di Lódz negli anni Settanta. Un celebre esempio della sua arte fotografica è la serie Miejsce nieparzyste (Luoghi dispari; 2003-2004): sei fotografie in bianco e nero di grande formato, e tredici registrazioni audio, che visualizzano e danno voce all’aria sopra i campi di sterminio.

Lo stato dei luoghi