Due ottantesimi
L’anno 2024 è segnato da due anniversari molto significativi per il Museo: a luglio, l’ottantesimo anniversario della liquidazione del campo di concentramento tedesco a Lublino (KL Lublin), comunemente noto come Majdanek; tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, invece, ricorrono gli ottanta anni dalla creazione del Museo sul sito del campo – la prima istituzione dedicata alla commemorazione delle vittime naziste, fondata mentre il conflitto era ancora in corso.
Il 22 luglio 1944 rimase impresso in modo particolare nella memoria degli abitanti di Lublino, poiché ebbero inizio i feroci combattimenti per la città tra le truppe sovietiche in avanzata e i tedeschi. In quello stesso giorno, nel tardo pomeriggio, l’ultimo gruppo di prigionieri marciò fuori da Majdanek. La colonna si diresse verso sud-est. A Ćmielów (situata sull’altra sponda della Vistola), i detenuti furono caricati su carri merci. Il treno raggiunse la sua stazione finale: il campo di sterminio di Auschwitz.
Il 24 luglio 1944 le truppe dell’Armata Rossa entrarono nel perimetro di Majdanek, nello specifico i soldati della 69ª Armata del 1° Fronte Bielorusso. Nel campo abbandonato dai nazisti trovarono circa 1.000 sovietici invalidi, lasciati al loro destino perché incapaci di marciare.
I primi riusi del campo
Le forze sovietiche, e poco dopo quelle polacche, presero possesso dell’area dell’ex campo utilizzandola per i propri scopi. Il Campo IV fu usato per detenere prigionieri di guerra tedeschi e persone registrate come Volksdeutsche; i soldati dell’Armata Rossa furono acquartierati nel Campo V, mentre nel Campo III fu istituito un campo dell’NKVD per imprigionare i soldati dell’Armia Krajowa (AK) ovvero l’Esercito nazionale polacco clandestino e dei Bataliony Chłopskie (BCh), i Battaglioni dei contadini, anch’essi un’organizzazione armata clandestina. In totale vi furono detenuti circa 200 ufficiali e sottufficiali e 2.500 soldati di truppa. Alla fine di agosto 1944 furono tutti deportati nei campi sovietici di Rjazan’, Suslonger, Grjazovec, Čerepovec e Skopin. Nello stesso mese, nel Campo III fu anche istituito un punto di reclutamento per l’esercito polacco.
I restanti terreni del campo, insieme all’area vicino al crematorio, rimasero per qualche tempo accessibili ai visitatori. Majdanek divenne anche meta di giornalisti stranieri, desiderosi di mostrare al mondo il primo campo di concentramento tedesco “liberato”. Purtroppo, la presenza sia dei militari sia dei civili influì notevolmente sulle condizioni di conservazione del campo: i soldati adattarono le baracche alle proprie esigenze e molti elementi delle strutture smantellate furono venduti o usati come legna da ardere. Allo stesso modo, gli abitanti dei quartieri e dei villaggi vicini prelevarono ciò che rimaneva del campo, considerandolo le strutture ex tedesche come proprietà abbandonata.
La Commissione polacco-sovietica sui crimini nazisti
Tra la fine di luglio e l’inizio di agosto del 1944 fu istituita la Commissione polacco-sovietica per l’indagine sui crimini tedeschi commessi a Majdanek, presieduta da Andrzej Witos, vicepresidente del Comitato polacco di liberazione nazionale (PKWN). Il suo vice era Dmitrij Kudrjavcev, capo della divisione archivi sovietici responsabile della raccolta dei fascicoli di varie istituzioni tedesche. I membri della commissione effettuarono ispezioni sul campo a Majdanek e nell’ex campo di lavoro di Flugplatz (situato nell’area odierna tra le vie Lotnicza e Wrońska), mettendo in sicurezza i documenti conservati e le attrezzature rimovibili. La commissione interrogò anche numerosi testimoni. Sulla base del materiale d’archivio e delle informazioni raccolte, emisero il primo rapporto in assoluto sul campo e sul numero delle vittime. I risultati dei loro accertamenti furono pubblicati nello speciale “Komunikat” (Comunicato), diffuso in diverse lingue a Mosca nel settembre 1944.
Si ritiene inoltre che sia stata la Commissione a lanciare l’iniziativa di istituire un museo nell’ex area del campo di concentramento. La proposta fu avanzata durante la seduta plenaria del 19 agosto 1944 e l’idea fu immediatamente approvata dal PKWN.
A seguito di tale evento, il 10 ottobre 1944, il generale di brigata Bronisław Półturzycki, Capo ad interim dello Stato Maggiore dell’Esercito Polacco, emanò un decreto in cui ordinava di “estendere speciale cura e protezione a tutte le proprietà di Majdanek con l’intento di mettere in sicurezza gli oggetti di rilevanza storica”, nonché di “rispettare e proteggere tutti gli articoli e le attrezzature relative alla tragedia delle vittime”. Da quel momento le visite individuali a Majdanek furono sospese, a meno che non si fosse in possesso di un permesso speciale rilasciato dalla Commissione polacco-sovietica. Fu vietato prelevare qualsiasi oggetto o materiale edilizio dall’ex campo senza il consenso di Witos. Chiunque violasse tali restrizioni sarebbe stato severamente punito.
Tuttavia, tale decisione cambiò ben poco nel comportamento dei soldati e degli abitanti locali. A quel punto, molti oggetti erano già stati distrutti o rubati. Alla luce di questi fatti, il 17 ottobre 1944 si tenne una sessione del PKWN durante la quale Witos, ritenuto responsabile di quello stato di cose inaccettabile, fu rimosso dall’incarico di capo della Commissione. Fu sostituito da Stanisław Janusz. Lo stesso giorno, il PKWN organizzò una commissione che sarebbe stata responsabile dell’organizzazione del museo e della selezione del suo direttore.
La creazione del Museo
Tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre 1944, l’incarico fu affidato allo storico dell’arte Antoni Ferski.
Il 7 novembre 1944, Ferski inviò una lettera a Wincenty Rzymowski, Ministro della Cultura e delle Arti del PKWN, chiedendo un finanziamento di 1.000.000 di zloty per l’organizzazione del Museo statale di Majdanek, specificando obiettivi quali: la ricostruzione integrale del crematorio e delle camere a gas, l’adattamento delle baracche a scopi museali, la creazione di uffici, alloggi per il personale, un hotel e una mensa. In una successiva lettera del 12 novembre 1944, indirizzata al presidente del PKWN Edward Osóbka-Morawski, il direttore Ferski scrisse:
L’obiettivo del Museo Statale di Majdanek è ricostruire la vita dei prigionieri nel campo, mettere in sicurezza e preservare ogni prova, come approvato dai decreti della Commissione: prove sotto forma di scarpe, vestiti, giocattoli per bambini, oggetti vari delle vittime, testimonianze dei prigionieri, fascicoli, planimetrie, fotografie, ecc.
Era prevista anche la creazione di un’esposizione museale che mostrasse scene della vita quotidiana dei prigionieri, le loro sofferenze e la loro morte.
Per garantire il buon funzionamento del Museo, Ferski creò un team di 44 dipendenti permanenti e 250 lavoratori stagionali assunti per i lavori di conservazione. Strutturò l’istituzione in sei dipartimenti:
I Dipartimento Generale (6 persone) – si occupava di questioni organizzative, giuridiche e di risorse umane, supervisionava il funzionamento complessivo dell’istituzione;
II Dipartimento Finanziario (3 persone);
III Dipartimento Propaganda, Informazione e Stampa (18 persone) – era responsabile delle attività educative e di divulgazione della conoscenza svolte attraverso pubblicazioni proprie: opuscoli, cartoline, articoli, film, interviste per la radio e la stampa, organizzava raccolte di fondi a sostegno di Majdanek;
IV Dipartimento Materiali, Prove dei Crimini e Protezione dei Monumenti (5 persone) – raccoglieva prove materiali, documenti, testimonianze dei testimoni, metteva in sicurezza le prove materiali;
V Dipartimento Costruzioni e Lavori sul Terreno (7 persone) – era responsabile della ricostruzione delle strutture del campo, ad esempio il crematorio, le camere a gas, i frammenti delle baracche, così come dell’adattamento degli edifici post-campo agli scopi del Museo, ad esempio per uffici, alloggi per i dipendenti, mensa, sala cinematografica e della ristrutturazione delle strade;
VI Dipartimento Economico (5 persone) – effettuava acquisti ed era responsabile dello stoccaggio dei materiali da costruzione, dei combustibili e delle forniture, nonché della gestione della cucina e della mensa dei dipendenti del Museo.
Ferski inviò una nota simile al generale Zawadzki, chiedendo un ordine affinché i militari sgomberassero le baracche destinate al museo. Secondo i documenti conservati, la direzione fece ogni sforzo possibile per proteggere i beni rimasti da ulteriori saccheggi, ma tali azioni furono ostacolate dalla mancanza di un’adeguata base legale.
Non erano stati ancora tracciati i confini del Museo, né erano stati espropriati i terreni. L’ostacolo maggiore, tuttavia, rimaneva la presenza dei militari, che detenevano l’autorità effettiva sull’intera area. Nel dicembre 1944, solo quattro baracche (n. 43, 44, 47, 62) e il crematorio erano a disposizione del Museo, in condizioni pessime. Il 18 dicembre 1944, Ferski scrisse al Ministro della Cultura:
Le baracche che ci sono state consegnate erano in uno stato pietoso; ad esempio, la baracca n. 62 – scelta per ospitare uffici, sala espositiva e mensa – non aveva infissi, porte e gran parte del soffitto era smantellata. Abbiamo dovuto iniziare dai lavori più urgenti per poter operare. Gli uffici sono stati allestiti in una parte della baracca in condizioni primitive, arredati con tavoli e scrivanie ex tedesche.
Il direttore informò inoltre di due mostre già organizzate per sensibilizzare i cittadini di Lublino. La prima, “Majdanek nelle arti visive” (novembre 1944), presentava le opere di Zinovi Tolkachev, un artista sovietico che aveva ritratto scene del campo mentre era di stanza lì. La seconda mostra presentava fotografie scattate da corrispondenti di guerra, W. Tiomin e A. Kapuściński. L’allestimento di una mostra permanente non fu possibile fino alla completa ristrutturazione della baracca n. 62.
La prima esposizione permanente
La prima esposizione permanente, ideata da Ferski, fu inaugurata solennemente il 2 settembre 1945. Nelle stanze dell’ex officina dei calzolai furono esposte foto, le opere di Tolkachev e file di barattoli di Zyklon B, su cui poggiavano figure di cera con uniformi a righe. Accanto a queste figure emaciate furono esposti anche resti umani reali rinvenuti nelle fosse comuni. Sullo sfondo dell’esposizione si trovava anche un pannello che riportava informazioni circa i 2.000.000 di esseri umani assassinati provenienti da “tutto il mondo”. Sebbene l’esposizione contenesse diversi errori fattuali (dovuti alla scarsa conoscenza del campo all’epoca), generò un enorme interesse per la sua forte carica emotiva.
La creazione del Museo di Majdanek fu di eccezionale importanza per coloro che avevano perso i propri cari. Finalmente avevano un luogo dove donare i ricordi delle vittime e onorarne la memoria. Entro la fine del 1944, oltre 500.000 persone visitarono l’ex campo, di cui circa 200.000 provenienti dall’estero.
Nonostante le difficoltà radicate nella realtà del dopoguerra – mancanza di fondi, di legislazione e di procedure – fu fondata un’istituzione che ancora oggi protegge la memoria di migliaia di donne, uomini e bambini travolti dall’inferno di Majdanek. Il Museo continua a compiere la sua missione di custode del sito, preservando il suo tessuto storico e la sua aura di autenticità per le generazioni future.
Traduzione italiana di Anna Wójcik, „Podejmując pracę o znaczeniu wielkiej wagi politycznej dla odradzającego się Państwa Polskiego oraz dla całego świata” – powstanie Państwowego Muzeum na Majdanku / “Embarking on the Endeavour of Utmost Political Importance for the Reviving Polish State and the World Entire” – Creation of the State Museum at Majdanek, «VARIA» 2024, pp. 7-18.