La mostra storica SS-Sonderkommando Sobibór – Campo di sterminio tedesco 1942–1943
L’apertura della mostra storica realizzata dal Museo statale di Majdanek presso il sito dell’ex campo di sterminio nazista tedesco a Sobibór rappresenta il coronamento di un’iniziativa avviata nel 2008 da Polonia, Paesi Bassi, Slovacchia e Israele. I rappresentanti di questi paesi firmarono una lettera d’intenti riguardante la commemorazione delle vittime del campo, in cui sottolineavano la necessità di istituire a Sobibór un “Museo – Memoriale per informare le generazioni contemporanee e future sulla storia dello sterminio di massa”.
Lo stesso obiettivo ha motivato gli autori dell’esposizione permanente presentata nell’edificio principale dell’istituzione, sede distaccata del Museo statale di Majdanek dal 2012. L’edificio e i suoi dintorni sono stati progettati da Piotr Michalewicz, Marcin Urbanek, Mateusz Tański e Łukasz Mieszkowski (vincitori del concorso internazionale per una nuova concettualizzazione dello sviluppo architettonico e artistico del Memoriale) richiamando intenzionalmente il piano di sviluppo spaziale del sito elaborato nel 1965. Questa volta, tuttavia, la visione degli architetti mirava a segnare simbolicamente la soglia tra la morte e la libertà conquistata da alcuni prigionieri del campo, con un’attenzione particolare non solo al raccordo ferroviario e al sentiero che conduceva alle camere a gas, ma anche al Lager I dove scoppiò la rivolta dei prigionieri.
La ricerca archeologica
L’istituzione del Museo e Memoriale di Sobibór è stata preceduta da molti anni di ricerca archeologica, condotta in questo caso su una scala senza precedenti nei siti del genocidio commesso dal Terzo Reich. Le esplorazioni hanno portato alla luce numerosi reperti storici: migliaia di oggetti appartenuti alle vittime, nonché frammenti delle infrastrutture del campo, comprese le fondamenta delle camere a gas.
Gran parte del lavoro per la mostra SS-Sonderkommando Sobibór – Campo di sterminio tedesco 1942–1943 è stato condotto da un team internazionale (discussioni, analisi critiche, acquisizione di materiale originale), ma l’impianto narrativo vero e proprio è stato definito dagli storici del Museo Statale di Majdanek: Tomasz Kranz (curatore della mostra), Dariusz Libionka e Krzysztof Banach. La realizzazione tecnica è stata affidata al team del Museo sotto la supervisione di Izabela Tomasiewicz.
L’obiettivo primario della mostra è quello di evidenziare la natura del campo di Sobibór: un luogo di sterminio organizzato, quasi industriale, degli ebrei europei. Si concentra quindi sulla descrizione del funzionamento dell’infrastruttura genocidiaria creata dai nazisti, collegando questa narrazione alle tracce scoperte in situ e ai resti materiali del passato. Ove possibile, la storia del campo è presentata anche in un contesto storico più ampio.
Allo stesso tempo, la mostra si sforza di commemorare le vittime: raccontando i destini dei singoli deportati, elencando nomi e presentando volti, citando testimonianze di sopravvissuti e indicando i luoghi da cui iniziarono le loro deportazioni. L’identità delle vittime – per la stragrande maggioranza anonime – è simbolicamente restituita dai manufatti esposti, oggetti che portavano con sé a Sobibór mentre erano ancora ignari della reale natura della loro destinazione.
Particolare significato nella storia del luogo, ma anche nella memoria generale della Shoah, è attribuito alla narrazione che descrive la rivolta dei prigionieri del 14 ottobre 1943 – uno dei primi e più eroici atti di resistenza ebraica durante la Seconda guerra mondiale.
La mostra si sviluppa in un’area di 323 mq e comprende 16 pannelli tematici. Ognuno è introdotto da alcune frasi descrittive che fungono da contenuto testuale principale. A completamento si aggiunge l’apparato iconografico corredato da didascalie più ampie del consueto. La limitazione dell’aspetto testuale ha infatti permesso di incorporare nel racconto un ricco materiale d’archivio: quasi 100 fotografie e documenti. Il nostro obiettivo era garantire che questi non fossero solo un’illustrazione degli eventi e delle situazioni oggetto di discussione, ma anche una presentazione – attraverso immagini e contenuti – di alcune microstorie, che possono servire come oggetti di ulteriore analisi, sia durante percorsi didattici che nel contesto di lavori di ricerca individuali.
Le cose ultime
Il presupposto della narrazione museale è stata l’idea di porre al centro della mostra i manufatti scoperti nel corso della ricerca archeologica. Gli oggetti trasmettono una varietà di significati che devono essere “decifrati” e collocati nel contesto sociale e culturale contemporaneo. Soprattutto, sono le cose ultime, resti tangibili delle vittime assassinate, frammenti delle loro vite e testimonianze delle loro morti. Il loro significato storico e il carico emotivo che portano indicano che non possano essere ridotte al semplice ruolo di “ordinari” reperti museali. Era quindi di fondamentale importanza garantire la loro corretta presentazione e disposizione.
Una soluzione innovativa a questo problema è stata proposta dallo studio Kłaput Project s.c., vincitore del concorso per la concettualizzazione artistica della mostra. Il suo asse principale è costituito da una vetrina lunga 25 metri che attraversa l’intera sala espositiva. Contiene oltre 700 reperti, principalmente vari oggetti personali delle vittime: anelli, orologi, occhiali, articoli da toeletta, custodie per medicinali, targhette con i nomi dei bambini olandesi assassinati a Sobibór, e molti altri ancora. I visitatori possono vedere questo display centrale nel suo insieme, oppure seguire il corso della narrazione e concentrarsi sui rispettivi reperti raggruppati in particolari sezioni tematiche.
Come previsto dai progettisti, la vetrina deve ricordare un tavolo da laboratorio su cui potrebbero essere esaminate le prove di un crimine. L’effetto è ulteriormente rafforzato da un’illuminazione accuratamente applicata. Si potrebbe anche vederlo come un riferimento simbolico allo Schlauch, il “tubo”, l’ultima strada percorsa dalle vittime. Mentre camminavano verso la morte, alcuni deportati perdevano o gettavano oggetti di valore e ricordi che avevano sperato di salvare fino all’ultimo momento.
Il design museale
La presentazione della narrazione si affida a forme e mezzi analogici, ma vengono impiegati anche strumenti multimediali nell’ottica di fornire una visione più approfondita del materiale originale. Un elemento interessante della mostra è un modello del campo fuso in resina. Allo stesso tempo, per rispetto dell’autenticità dei terreni dell’ex campo e del carattere unico di questo luogo di memoria, è stata presa la decisione di non includere animazioni o ricostruzioni.
Il design architettonico e artistico della mostra è deliberatamente sobrio, a tratti minimalista, evidenziato principalmente solo con l’uso di diversi materiali di finitura e modelli di colore. In termini di allestimento, si possono distinguere due blocchi principali. La parte dedicata alle deportazioni comprende una struttura che ricorda una rampa ferroviaria, creata in lamiera risvoltata, con l’immagine di un vagone stampata sulla sua superficie; mentre l’area che documenta il processo di sterminio è simboleggiata da un interno intarsiato con assi di legno carbonizzato.
In linea con le premesse della mostra, il suo ruolo è accessorio rispetto al significato del sito storico stesso. Il suo scopo è incoraggiare i visitatori a imparare, contemplare e interpretare: in altre parole, a leggere il paesaggio che li circonda. Ciò può essere facilitato anche dal catalogo della mostra che contiene inoltre una versione estesa del contenuto testuale principale e un profilo del campo coerente con le più recenti scoperte archeologiche e storiche.
Traduzione italiana di Tomasz Kranz, Wystawa stała Muzeum i Miejsca Pamięci w Sobiborze / Permanent exhibition of the Museum and Memorial in Sobibór, «VARIA» 2020, pp. 44-50.
* Nota del traduttore: l’espressione polacca Miejsce Pamięci – qui tradotta come “memoriale” – indica, come il tedesco Gedenkstätte, che quello in cui ci si trova è luogo stesso dove sono accaduti gli eventi. Si tratta quindi di un sito dove si fondono funzioni di conservazione delle tracce storiche, di commemorazione e di formazione.


